04/10/2009


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Dell’inettitudine

Scritto da Sergio in Bloc-Notes.

In un recente scambio di vedute con Max, sono potuto tornare a riflettere su un concetto molto importante che ha attanagliato la visione del mondo di molti scrittori in particolare del romanticismo (ma non solo), oltre che filosofi e pensatori. Benché il concetto assuma contorni con differenti sfumature, e i termini usati possono essere differenti, tutto può essere ricondotto ad un unica parola: inettitudine.

Una Premessa

Cosa significa? Etimologicamente il termine inettitudine si ricollega al latino in-aptum e nel linguaggio comune si riconosce spesso una valenza negativa: è inetto chi è incapace di realizzare un progetto, di porsi obiettivi concreti, chi manca di capacità. L’inettitudine può diventare, di volta in volta, sinonimo di pigrizia, di viltà, di accidia, di scarsa volontà e di mancato proposito d’azione.1.

Canova: Amore e PsicheMa nella letteratura e nella filosofia il termine indica qualcosa di più ampio, non necessariamente correlato ad un giudizio negativo. Difatti, a seconda dei casi, viene riconosciuta una sorta di “ineluttabilità” della condizione di inettitudine, pertanto difficilmente possiamo collegarla ad un giudizio di valore negativo ed assoluto. Difatti molti storici dell’arte e della letteratura rilevano atteggiamenti dettati da inettitudine nell’arte in cui è possibile percepire l’inadeguatezza dell’umano rispetto al divino. Un qualcosa che ritroviamo nei modelli estetici fin dal medioevo dove ai modelli di rappresentazione dell’eroe spesso si accompagnano modelli più mistici, di rappresentazione della natura totalmente alla mercé del divino. Un esempio di rappresentazione di questo tipo è rintracciabile nella scultura del Canova.

Nell’immaginario neoclassico, infatti, la divaricazione tra virtù eroica che tenta di aderire a modelli lontani – rintracciabili nel mito e nei gesti degli antichi eroi – e la negatività dei tempi, che spesso frustra questi tentativi, si lega ad un concetto per il quale la concreta fattibilità delle realizzazioni umane è sempre inadatta a riprodurre l’elevatezza dei modelli classici, e Canova proprio questo tenta di rappresentare, la  statica ieraticità del divino si una bellezza idealizzata lontana dalla realtà che subisce la violenza della natura.

Ciò che cambia con l’arrivo del Romanticismo, ed in particolare delle varie correnti Decadenti, è la percezione che l’autore ha dell’inettitudine, un qualcosa che in passato non era mai stato visibile nella sua chiarezza, o che al massimo era rintracciabile in una critica etero-condotta ad un atteggiamento.

Nella cultura del Romanticismo, età di valori forti e di nitide idealità, l’inettitudine / inazione si configura come un concetto negativo, come incapacità di riproporre nella storia virtù ed eticità, ma anche di padroneggiare istinti e passioni, visti come condizionamenti dell’umana natura2 .

Don AbbondioNel carme “Dei sepolcriFoscolo ricorda che “sol chi non lascia eredità d’affetti poca gioia ha dell’urna”, come dire che l’impegno ad una vita virtuosa e meritevole, generosa e capace di sacrificio è l’unica garanzia alla fama ed alla persistenza del ricordo, mentre una vita bassa, arida e meschina è da disdegnare. L’inettitudine si oggettiva dunque in un tipo di vita eticamente povera, che si riduce a viltà, a volontaria rinuncia all’azione ed al rischio di adottare scelte sostanziali. L’inettitudine del Don Abbondio manzoniano ad esempio ha queste caratteristiche. Le non scelte religiose e morali del sacerdote ” vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro…” testimoniano per Manzoni non tanto la sua personale inadeguatezza al compito, quanto una vera e propria duplice colpa: l’aver ignorato il grande valore rigenerante della religione, che sa dare la forza di scavalcare ogni incertezza e l’aver sanzionato le leggi oppressive del secolo verso i deboli e gli indifesi, con la scelta dell’impunità e del privilegio.

Ma il valore della religione è effimero e diventa presto sfuggente. Anzi, in gran parte l’inettitudine diventa anima e spinta di un nuovo concetto “laico” di cultura, staccato dalle meditazioni religiose ed escatologiche della cultura tradizionale. Sono tanti i personaggi che analizzano ed esprimono questo concetto. Ne vedremo ora 3 con maggiore attenzione: Leopardi, Baudelaire e Svevo, per poi spingerci su un versante più prettamente filosofico.

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  1. Vedi in proposito l’interessante mappa tematica proposta dalle scuole valsesiane a cui mi ispirerò per alcune considerazioni []
  2. Vedi ad esempio il Manzoni []

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