05/10/2009


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Bohumil Hrabal: Una solitudine troppo rumorosa

Scritto da max in Recensioni.

Scheda:

hrabalRiporto dalla ‘quarta di copertina’: “A Praga, nelle viscere di un vecchio palazzo, un uomo, Hanta, lavora da anni a una pressa meccanica trasformando libri destinati al macero in parallelepipedi sigillati e armoniosi, morti e vivi a un tempo, perché in ciascuno di essi pulsa un libro che egli vi ha imprigionato, aperto su una frase, un pensiero: sono frammenti di Erasmo e Laozi, di Hölderlin e Kant, del Talmud, di Nietzsche, di Goethe.”

Il romanzo è una splendida sovrapposizione di frammenti; quegli stessi frammenti di conoscenza e di cultura che Hanta/Hrabal tenta disperatamente di tenere in vita, ogni giorno assediato e soggiogato e abbattuto dall’atroce compito della distruzione del sapere. Hanta li ricrea incessantemente sotto forma diversa, promuovendo un suo speciale sistema di messaggi simbolici e rinnovando il ‘miracolo’ del pensiero creativo che sgorga spontaneo, inatteso.

Ma eccone un estratto:

” (…) la brigata del lavoro socialista qui a Bubny è sempre à jour, ora tutti lavorano, sono abbronzati e il sole accresce durante il lavoro il bruno dei loro corpi greci, non sono scossi neppure un poco dal fatto che in vacanza andranno in Ellade senza sapere alcunché di Aristotele e Platone e di Goethe, braccia prolungate dell’antica Grecia, lavorano tranquillamente e continuano a strappucchiare il nucleo dei libri dalle copertine e gettano le pagine inorridite e ritte dall’orrore sul nastro trasportatore, con indifferenza e tranquillamente, senza vivere tutto quel che un libro del genere significa, qualcuno ha pur dovuto scrivere quel libro, qualcuno l’ha dovuto correggere, qualcuno l’ha dovuto illustrare, qualcuno l’ha dovuto comporre, qualcuno l’ha dovuto refusare, e qualcuno l’ha dovuto di nuovo ricomporre, e qualcuno l’ha dovuto refusare, e qualcuno l’ha dovuto definitivamente comporre, e qualcuno l’ha dovuto mettere in macchina e qualcuno ha dovuto leggerlo per l’ultima volta in strisce, e qualcuno l’ha dovuto di nuovo mettere in macchina e metterlo, striscia dopo striscia, in un’altra macchina che ha legato il libro e qualcuno ha dovuto prendere quei libri e fare di loro un pacco, e qualcuno ha dovuto scrivere il conto per il libro e per tutto il lavoro sul libro, e qualcuno ha dovuto decidere di quel libro che non è da leggersi, qualcuno ha dovuto condannare il libro e dare l’ordine che andasse al macero e qualcuno ha dovuto riporre i libri in un deposito e qualcuno ha dovuto caricare nuovamente i libri su un camion e qualcuno ha dovuto portare i pacchi fin qui, dove gli operai e le operaie in guanti rossi e azzurri e gialli e arancioni strappano le interiora dei libri e le gettano sul nastro trasportatore, il quale, sordo ma preciso, porta via con movimenti a strappo le pagine ritte sotto la gigantesca pressa che le pressa in pacchi e i pacchi vanno alle cartiere, dove dei libri si fa carta innocente, bianca, senza macchie di caratteri, perché su di essa vengano stampati altri e nuovi libri…”

Un romanzo, autobiografico e allegorico dove riecheggiano le voci di Kafka e di Dostoevskij.

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