Fláneur letteralmente si traduce con bighellone, sfaccendato, perdigiorno. Ma la parola oramai indica chi gironzola per le città, solo per il gusto di farlo e senza una meta precisa o un determinato scopo in testa … “con un abbandono passivo al flusso aleatorio delle strade innumerevoli e piene di sorprese“, per dirla con Edmund White. Oggi quasi nessuno può permettersi questo lusso: anche i turisti, sebbene camminino alla scoperta di una città, sono costantemente pressati dal desiderio di vedere quel monumento o quella chiesa. Il flâneur invece ha per definizione un’enorme quantità di tempo libero, può uscire per andarsene a zonzo senza destinazione – ovunque il capriccio o la curiosità dirigano i suoi passi – dato che un obiettivo specifico o un rigoroso razionamento del tempo sono antetici al suo spirito, per definizione. “Un eccesso di etica del lavoro ostacola l’aspirazione a curiosare, a perlustrare, a sposare la folla.”
Quale è il luogo ideale da visitare per questo bighellone solitario? Ma Parigi, ça va sans dire! Non solo la Parigi “classica”, quella della Tour Eiffel, del Louvre e del Sacré-Coeur, rigorosamente girata a piedi. Ma soprattutto la Parigi dei posticini dimenticati, remoti, medievali e dei luoghi abitati da gente che vive ai margini, come ebrei, neri, gay e arabi, che riservano un loro fascino particolare, sconosciuto ai più. Oppure la Parigi che conserva intatti la memoria e lo spirito di personaggi come Rimbaud, Colette e Proust, di cui White segue le tracce. Una Parigi fatta di storie e aneddoti, veri o inventati, e di itinerari nascosti e affascinanti.
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