29/10/2009


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Nikolaj Leskov: Il viaggiatore incantato

Scritto da max in Recensioni.

Scheda:

laskovIl viaggiatore incantato è una girandola di avventure e sventure improbabili raccontate dal protagonista a un pubblico che viaggia su un battello sul lago Ladoga.

Il narratore-viaggiatore con i suoi racconti affascina attraverso descrizioni di personaggi e luoghi di bassa estrazione nei quali zingari e vagabondi interagiscono con padroni e mercanti senza alcun distacco sociale. L’intera vicenda narrata è spesso paradossale ma proprio per questo incanta coloro che ascoltano immersi nel mondo magico e fiabesco che rappresenta in pieno la varietà del territorio russo.

Gran parte del fascino del libro risiede nel fatto che a chi legge è ben presto chiesto di rinunciare alla trama e all’empatia con i personaggi “veri”, per sottomettersi invece alla logica del narratore, che sa a memoria – a quanto pare senza comprendere – ció che sta per raccontare.

Come scrisse il grande critico letterario tedesco Walter Benjamin, Leskov, scrittore russo dell’Ottocento, è un grande professionista dell’arte del racconto, seducente e meravigliosa, che poggia sempre su storie che escludono le spiegazioni psicologiche delle azioni dei personaggi, perché l’assenza di spiegazione libera la fantasia. Dalla prima all’ultima frase, è come se tutto il libro fosse un unico respiro: sembra quasi la trascrizione di un racconto orale della traduzione popolare.

Ecco il risvolto di copertina:

«L’esperienza che passa di bocca in bocca è la fonte a cui hanno attinto tutti i narratori. E fra quelli che hanno messo per iscritto le loro storie, i più grandi sono proprio quelli la cui scrittura si distingue meno dalla voce degli infiniti narratori anonimi» scrisse Walter Benjamin nel suo saggio su Leskov. Ed è la voce che torniamo a sentire – una «gradevole e manierata voce di basso» – appena il «viaggiatore incantato» comincia a raccontare le peripezie della sua esistenza. Siamo su un battello che naviga sul lago Ladoga e il narratore ci appare come «un uomo di enorme statura, con un viso abbronzato ed aperto e folti capelli ondulati d’un color di piombo».
Le sue avventure, anche le più sconcertanti, e improbabili, non sono mai cercate, ma precipitano su di lui come eventi della natura. La morte lo sfiora più volte, ma sempre per rifiutarlo. La vita lo usa per un suo disegno, oscuro a tutti salvo alla madre morta, che aveva promesso il figlio a Dio. Presto ci accorgiamo che potremmo ascoltare senza fine le storie di quest’uomo «che aveva molto veduto» e non pretendeva di sapere. Le sue parole spiccano sul fondo dorato della vecchia Rus’ di Kiev, immoto e solenne, ma le storie stesse sono un pulviscolo vorticoso.
Entrano ed escono di scena vagabondi e prostitute, padroni e mercanti, principi e cavalieri nomadi – e infine, incidendosi nella memoria, la zingara Gruša, simile a «una serpe lucente». Leskov non era uomo che amasse le teorie. Ma dietro questa inarrestabile dispersione e frantumazione di casi si avverte un azzardo teologico che risale a Origene e alle prime dottrine della Chiesa ortodossa: l’esigenza che tutto sia salvato, anche i suicidi senza confessione. E con la storia di un seminarista suicida si era avviato questo folto corteo. Landolfi tradusse Il viaggiatore incantato, quasi controvoglia, a cavallo fra il 1962 e il 1963, ma – come talvolta accade – raggiungendo un risultato magistrale: il tono dell’oralità è qui presente dalla prima all’ultima frase, come se tutto il libro fosse un unico respiro.
Il viaggiatore incantato è del 1873, mentre la traduzione di Landolfi apparve per la prima volta nel 1967.

Buona Lettura!

Max

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