30/10/2009


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Arte Contemporanea: cosa siamo?

Scritto da Sergio in Arte.

Spesso quando si parla di Arte Contemporanea si viene assaliti dalla domanda cosa sia l’arte esattamente, o, talvolta, cosa sia l’arte oggi. Magari, ci si può spingere anche oltre, chiedendosi se si possa fare un Manifesto per l’arte contemporanea. Innanzitutto però, dobbiamo sgombrare il campo da un equivoco. Contemporanea (come pure Moderna, Medievale o Antica) sono semplicemente attributi temporali che misurano in un certo qual modo la distanza cronologica tra noi e l’opera d’arte che stiamo guardando. In fondo è come dire “Arte vicina a noi”.

Arte Moderna?

Preferisco isolare il termine Arte, e ragionare su di esso. E vorrei anche sgombrare il campo da un altro, per me, grave errore nell’approcciare il mondo dell’Arte. Ovvio, si tratta di un mio personalissimo pensiero. Semplicemente la frase:

contribuire a dare una risposta razionale alla domanda “cos’è l’arte oggi?”.

contiene al suo interno quello che per me è quasi un ossimoro.  Risposta Razionale. Perché razionale? Parliamo di Arte, cioè di emozioni. Quindi cosa ci dovrebbe essere di razionale. O meglio, quale è il valore aggiunto della risposta che riesca a rispettare il criterio della razionalità, rispetto ad una qualunque altra risposta? Anche perché, e chiudo qui il cerchio con quanto detto prima, la nostra razionalità è sempre un epoca indietro rispetto all’emotività della rappresentazione artistica. Oggi noi siamo in grado di comprendere appieno, forse, solo l’arte Moderna. Non quella Contemporanea. Perché gli artisti, un po’ come i profeti, non piacciono alla loro patria. Del resto Picasso sconcertò tantissime persone all’inizio. Più o meno ciò che fece Caravaggio in epoche diverse, e chissà quanti prima di allora.

Il grande pregio della contemporaneità artistica è quello di essere riusciti a staccare la rappresentazione artistica dall’interpretazione di una regola. Un tempo, l’arte era, difatti, aderenza alla perfezione di una o più regole, di cui quella aurea era forse la più nota. Tutto era però regolato, l’iconografia, i colori, le dimensioni, lo spazio etc. Grazie all’impressionismo ed all’espressionismo l’Arte è riuscita a liberarsi da questo fardello, diventando non più “aderenza”, ma “espressione” libera. Ulteriore punto che tende ad escludere una spiegazione razionale dell’Arte.

Del resto, già da tempo anche gli storici dell’Arte hanno abbandonato l’idea della spiegazione strettamente razionale, imbarcandosi talvolta in ancora più dubbie metodologie di ricerca sociologiche, psicologiche, ecologiche1, ma che hanno il pregio di avvicinare alla comprensione dell’Arte anche aspetti come il contesto sociale, l’io dell’artista, la voglia di liberazione, etc.

Del resto, l’Arte non fa che esprimere un contesto. E oggi esprime la società in cui viviamo. Ed ogni Arte fa così, musica e teatro compresi. La nostra società è vittima dell’incapacità di esplorare nuovi mondi, per il semplice fatto che abbiamo (quasi) esplorato tutto. La conoscenza scientifica ormai a saccheggiato tutto ciò che è visibile ad occhio nudo: perché quindi un artista dovrebbe provare ad interpretare la natura oggi? Sicuramente proverà ad interpretare ciò che egli vive come ricerca, infonderà nella sua opera le emozioni che sente, e proverà a trasmettere al potenziale visitatore.

C’è chi pensa che l’Arte contemporanea sia spesso fatta di tanta furbizia. Probabile, ma del resto, un artista deve rispondere con le sue opere solo ad una domanda: quest’opera suscita un’emozione? Crea una domanda in chi la guarda? fa soffermare una persona a pensare “ma cosa vuol dire”? Se riesce a mettere in atto questi pensieri o queste riflessioni, l’artista ha raggiunto il suo risultato. L’Opera d’Arte quindi vive essenzialmente della sua capacità di suscitare domande, ancor prima di ridursi alla vera domanda mi piace?

Talvolta una delle domande risposte che alcune opere suscitano in chi le osserva è l’avrei potuto fare anche io. Bé del resto, chiunque, dotato delle opportune competenze tecniche, avrebbe “tecnicamente” potuto dipingere la cappella sistina o comporre la Nona Sinfonia. Ma… solo una persona c’è riuscita. Spesso l’osservatore cade nell’inganno di ritenere che ciò che in termini di rappresentazione è semplice sia anche facile. Esempio ne è stata la vita e l’opera di Picasso, afflitto dal fatto di saper dipingere come Raffello, ma che attuò un lunghissimo percorso per imparare a disegnare “come un bambino”.

Ho intitolato questo post Arte Contemporanea: Cosa Siamo? perché era insieme una domanda ed una risposta. L’Arte è semplicemente questo, ciò che siamo, come viviamo il momento dell’osservazione, il sentimento che proviamo, la domanda che proviamo. E più questo è nudo e puro, più l’artista ha raggiunto il suo risultato e l’Opera d’Arte assume un senso. Molto spesso, infatti, quando ci avviciniamo ad un’opera d’arte del passato, la guardiamo rispetto ad una luce riflessa dalle pagine patinate in cui abbiamo visto quell’opera, magari dai mille segnali deboli deboli che il contesto riesce ad offrirci e che ci danno un’ulteriore significato. Ma, temo, perdiamo della vera potenza del segno perché alla fine queste citazioni di contesto sommergono un’opera che spesso è fatta di mille lacerazioni.

Les Demoiselles d'AvignonPensiamo per un attimo ancora a Picasso, ed alle sue famose Demoiselles d’Avignon. Quando per la prima volta ho visto il quadro dal vivo, ho avuto una strana emozione negativa. Effettivamente non è possibile dire che l’opera di Picasso sia “bella” rispetto ai canoni classici della pittura ch’egli stesso ha contribuito a demolire.

Certo, però oramai noi tutti siamo abituati che un Picasso sia “importante”, sia l’opera di un “genio”. E questo magari ci fa tralasciare l’impressione che una delle donne abbia avuto il viso “corretto” da una maschera a causa di un errore. O che non si riesca a capire razionalmente il senso di un’opera in cui neanche i colori sembrano un granché. E in cui un pezzo (quello della natura morta) non sembra neanche finito.

Ovvio, queste sono solo semplici frasi buttate in libertà. Ma resta il fatto che se misuriamo con il metro della razionalità pura una qualsiasi opera d’arte contemporanea, ci troveremo di fronte ad un immediato paradosso dovuto alla mancanza di punti di riferimento per svolgere una tale analisi.

Ecco dunque che comprendere l’Arte significa semplicemente guardare, apprezzare, criticare, porsi domande, capire se ci piace o meno, perché l’aspetto più interessante della libertà dell’artista di oggi, che si permette di mettere assieme qualsiasi tipo di rappresentazione, è fortunatamente bilanciata dalla libertà dell’osservatore che può semplicemente dire non mi piace… e passar oltre.

Quanto all’idea di scrivere un Manifesto, mi spiace deludere Max, non ne proporrò uno. Al di là della futilità della cosa, per quanto ecletticamente stimolante, il punto è proprio questo: un Manifesto costituisce un modo per restituire un quadro di riferimento ad una corrente artistica, di modo da poterla poi giudicare. Mentre invece credo che la vera grandezza dell’Arte sia la sua capacità di dimostrarsi libera.

Sergio

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  1. Per un’analisi approfondita delle metodologie di ricerca artistica, consiglio il sempre attuale testo di Arnold Hauser Le Teorie dell’Arte – Tendenze e Metodi della critica moderna, Einaudi, 1988. Hauser, grande sociologo dell’Arte ed uno dei primi ad inserire la comprensione dell’arte all’interno del suo percorso di sviluppo sociale, esamina tutta una serie di modalità interpretative che spesso travalicano il linguaggio delle arti figurative, ma vanno anche a verificare il teatro, la pubblicità, il design etc. []

6 Responses to “Arte Contemporanea: cosa siamo?”

  1. Andrea Says:

    In battuta alle tue osservazioni, che condivido (quasi) in pieno, vorrei solo precisare un paio di concetti che purtroppo sono andati persi con la pubblicazione del “manifesto teorico dell’arte contemporanea”. Il documento originale (accidenti mi sembra di parlare di un manoscritto di centinaia di anni fa :) ) conteneva una pagina di presentazione che spiegava, esattamente, il perché della battitura del manifesto stesso e che ora vorrei, in due parole, precisare. Con la stesura di questo testo sono state volute mettere in gioco concetti ben precisi che vengono spesso dibattuti e della quale risposta fornita puntualmente da critici e appassionati di arte nessuno è quasi mai soddisfatto.
    Ed è su questa insoddisfazione che verte il progetto stesso, dare agli scettici quello che si aspettano e che vorrebbero ricevere: risposte chiare e razionali. Ecco dunque pronto il manifesto dell’arte contemporanea, dove tutto è spiegato, loro (artisti) sono furbi creatori di nulla e noi (stupidi fruitori) delle semplici macchine stampa-soldi.
    L’arte contemporanea è di ben più difficile comprensione a mio avviso rispetto a quella classica, come tu stesso scrivi:

    “Il grande pregio della contemporaneità artistica è quello di essere riusciti a staccare la rappresentazione artistica dall’interpretazione di una regola”

    ecco dunque il caos. dov’è il bel dipinto? la sapiente gestione dei colori e delle forme? il profano è spiazzato. Qua ci stanno prendendo in giro. Ed eccovi accontentati. Avete ragione. Perché alla gente, caro Sergio, devi dare quello che si aspettano e che possa lasciarli soddisfatti. Altrimenti li avrai sempre tra i piedi.

    a presto

    Andrea

    a questo link, la presentazione del progetto, così, tanto per chiudere il cerchio
    http://rapidshare.com/files/300222068/presentazione.pdf.html

  2. Sergio Says:

    Caro Andrea!
    ti ringrazio del commento e della precisazione. Visto così, chiaramente, il concetto del “manifesto” prende una strada un po’ diversa. Comprendo perfettamente il tuo punto di vista. Ma ho un grosso dubbio. L’Artista lavora davvero per “un” pubblico? Deve davvero dare alla gente qualcosa che li lascia soddisfatti?
    Non so, nel caso dell’arte contemporanea è pieno di esempi ci artisti che lavorano per soddisfare un certo pubblico. Prendi Hirst per esempio, fare arte che risponda alle esigenze del pubblico in realtà è facile. Basta fare le ospitate giuste in TV.
    Io credo che il problema sia proprio questo spesso: esiste una generazione di “furbetti” anche nell’arte, che hanno deciso di sostituire alle regole estetiche tipiche dell’arte di un tempo, il quadro della comunicazione di massa, riuscendo così ad ottenere fama, lodi, ricchezza. Il primo è stato Warhol, da cui è addirittura nato il mito della produzione artistica di massa. Ma in lui vedo ancora un’originalità artistica che poi si è persa.
    Chiuso sostanzialmente aggiungendo questo. Gli artisti si dividono in due categorie, quelli che servono l’arte, e quelli che servono i committenti. Io parteggio per i primi, anche a costo di non capirli appieno. I secondi posso capirli, non necessariamente fanno cose negative, ma spesso si vendono per pochi denari.
    Ed è sempre stato così.

    Ciao e grazie comunque dello spunto ;-)

  3. Massimo Says:

    Trovo molto stimolante questo “dibattito” tra Andrea e Sergio.
    Il mio contributo è questa “Ricetta del Max Buffone”:

    “È per sembrare innovatori essendo dei furbetti. Ecco qua: pigliate un chilo di Alberto Burri, duecento grammi di Keith Haring, cento di Giuseppe Capogrossi, trenta di Mario Schifano, cinque di Lucio Fontana, una manciata di Maurizio Cattelan – si anche di Cattelan – un pizzico di Enrico Bay, una boccetta di Gilbert & George. Pigliate ancora: cinque sistemi audiovisivi, due installazioni, una factory multimediale, e un po’ di materiali non tradizionali. Infine metteteci di vostro: fior di impotenza e di ampollositá; frullate il tutto in un lago di materia grigia e di bava afrodisiaca; fate bollire la miscela nel vuoto della vostra anima, al fuoco della ciarlataneria americana, e poi datela a bere al pubblico d’Italia. Ve ne sará grato e voi a me.

    Si tratta di una parodia “attualizzata” della prima risposta a Marinetti, fresco autore del Manifesto del Futurismo (100 anni fa!). Si tratta della graffiante “Ricetta di Ribi Buffone”
    di Ardengo Soffici. Voglio far notare che non è stato necessario modificare nulla della seconda parte della Ricetta.

  4. Sergio Says:

    Bè Max, del resto sei stato tu a stimolare questa discussione!
    Mi permetto solo una considerazione di quanto dici.
    A furia di pensare che tutti gli artisti sono “furbetti” ci siamo persi anche l’unico movimento d’Arte contemporanea nato e ideato in Italia, proprio il Futurismo di Marinetti, che non trova mai sufficiente spazio nella storia artistica e sociale del nostro paese. Appunto perché è sempre passata l’idea si trattasse di “furbetti”.
    Che poi peraltro basta fare un salto in giro in un qualsiasi museo d’arte contemporanea internazionale, e verificare quanti quadri esposti ci siano di Marinetti, Balla, Boccioni etc., e quanti di Soffici per capire chi alla fine ha avuto ragione;-)

    (ps. Max non toccarmi il Futurismo se non vuoi vedere quei due colori male accostati finire sul fondo della classifica!)

  5. Massimo Says:

    Sergio, lungi da me l’idea di “toccarti” il Futurismo. Anzi, con la mia parodia volevo proprio sottolineare che del Futurismo parliamo ancora, dopo 100 anni.

    Per chiarezza aggiungo che gli artisti contemporanei che ho citato nella “Ricetta” godono della mia ammirazione, anziché no. :-)

  6. Sergio Says:

    Secondo me desisti dalla discussione solo per amore della beneamata ;-)