03/11/2009


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“Se” – Capitolo 2

Scritto da Sergio in Se.

Clelia uscì dalla porta dell’aula di corsa. Fino a quel momento era riuscita a trattenere i singhiozzi, ma le prime lacrime già le rigavano il viso. Le sembrava che il mondo le fosse crollato addosso in quell’aula, di fronte a quel professore che non riusciva a comprendere le sue idee. In realtà, avrebbe dovuto aspettarselo. Aveva dedicato troppo poco tempo allo studio di quell’ultimo esame, e sapeva che in realtà non è una scelta molto saggia lasciarsi l’esame più difficile come ultimo esame prima della laurea. Si perdonava di non esser riuscita a studiare abbastanza, di aver preso sottogamba quell’esame che reputava assolutamente inutile. Ma riusciva a perdonarsi di aver iniziato a piangere di fronte al vecchio professore dal viso incartapecorito. Le era parso, peraltro, di cogliere nello sguardo dell’uomo una certa soddisfazione nell’averla vista cedere a questa debolezza, anche se il tutto era durato pochi istanti prima che la vista le si offuscasse sotto le pesanti lacrime.
Giorgio, l’altro studente che assisteva all’esame, la seguì nel corridoio. Era un tipo non troppo alto, molto basso. Portava un paio di jeans molto stretti alle caviglie, di colore viola. Al di sopra della cintura, spuntava l’elasticone di un indumento intimo di marca. Una t-shirt  gialla ed un cardigan verdolino completavano l’abbigliamento multicolore. Raggiunse la ragazza poco prima della porta dei bagni.
- Hei – le urlò – Dai su non fare così. Il prof è sicuramente stato stronzo, ma riuscirai a farlo la prossima volta, ok?
Clelia si girò, e guardò il ragazzo. Inclinò la testa leggermente, di lato, mentre lo sguardo lo ispezionava. Con un dito si allungò una delle lacrime che le rigavano la guancia. Il silenzio che seguì quello sguardo sembro imbarazzare il ragazzo, che aggiunse
- Sicura di stare bene? -
Lei rispose – Bé, come si fa a stare bene quando l’uomo che ti sei scopato per passare l’esame, ora non rispetta i patti e si mette a fare delle domande del cazzo? -
Un espressione tra lo stupore ed il disgusto si fece strada sul viso del ragazzo.
- Hai fatto sesso con quella cariatide? – chiese. Ma Clelia si stava già allontanando, contenta di essere riuscita a togliersi d’impiccio quel patetico ragazzetto. Certo, non avrebbe mai fatto sesso con quell’uomo. In realtà non aveva mai fatto sesso con nessuno ancora, e si sentiva spesso una vecchia zitella inacidita. Ma provava talmente tanto disgusto per il mondo maschile, che proprio non riusciva a pensare di poter avere un contatto fisico prolungato con un ragazzo. Però le piaceva far finta di essere una grande mangiatrice di uomini, le piaceva proprio il concetto di essere scambiata per una persona in grado di poter utilizzare la sua sessualità per dominare. Certo, in passato aveva avuto le sue sbandate. Anzi, per certi versi era stata molto precoce, ricordava ancora quando in quarta elementare piazzo un bacio sulla bocca a Camillo, il ragazzino coi capelli rossi che sedeva dietro di lei. Questi quasi non respirò per il resto della giornata. Poi c’era stato Johnatan, un ragazzo di origini nigeriane, che aveva iniziato l’università assieme a lei. Quei due occhi che sembravano due rovi ardenti in una catasta di carbone scuro l’avevano stregata.  Ma ben presto aveva capito che quello che l’attirava di lui, il suo estero primitivo e primordiale, la allontanavano ancora di più. Una sera al cinema lui le mise la mano sul ginocchio, un gesto affettuoso e molto garbato. lei non volle più vederlo.

Ormai era fuori dall’università, passato il portone si gettò per strada e si adeguò subito dal ritmo veloce del cammino dei passanti. Pioveva. Clelia adorava la pioggia. Le piaceva sentire le gocce di pioggia sul capo, che le bagnavano i capelli, e poi scivolavano a volte lungo la schiena concedendole un brivido che era capace di risvegliarla dal torpore che generalmente segnava i suoi giorni. Si buttò dentro il bar che frequentava spesso.
- Un caffè grazie. Macchiato – chiese al barista ancora intento a servire due altri avventori. Piattino e cucchiaino vennero subito predisposti sul banco. Poi il barista si girò ed armeggiò con la macchina da caffè.
Clelia guardò il viso nello specchio, tra i bicchieri, dietro il banco. Sempre più spesso non riconosceva quello sguardo, quell’espressione, che non sentiva sue. La donna che prendeva il posto della ragazza, e che sembrava fuori luogo in quel maglione troppo grande a coste grigie. Un viso che sembrava gridare al mondo la sua femminilità, nonostante la mancanza di trucco. Unico aspetto positivo, le lacrime non avevano lasciato segni col loro passaggio, se non un solco profondo nello spirito della giovane.
Sorseggiò il caffè lentamente, dopo averlo zuccherato e dopo aver accuratamente rimestato la schiuma di latte con la scura e preziosa bevanda. Era un rito che si ripeteva più volte durante il giorno.

- Davvero non pensavo che saresti giunta a tanto! – Clelia si girò per capire da dove venisse quella voce. Giorgio era lì, di fianco al banco, poco più in là. – Che dico, anche se ti vesti da culo, sei una bella ragazza. Potresti davvero essere una gran figa! – continuò.
Clelia svuoto la tazza del caffè gettando la testa all’indietro. I suoi capelli si mossero tutti ondeggiando, mentre le ultime gocce, più dolci, con lo zucchero non perfettamente sciolto, raggiungevano la sua lingua.
Poi posò la tazza e rispose.
- Senti ragazzino, tu non sai un cazzo di me e non hai capito niente della vita. Io mi scopo chi voglio,  non sto certo a chiederlo al primo moccioso che capita a tiro. – la voce era calma ma decisa. – Di sicuro poi non vengo a chiederlo ad uno che va in giro con le mutande di fuori e si veste al buio la mattina. Chiaro? -
- Certo, puoi continuare a fare l’acida con me, e forse hai tutto il diritto di sfogarti – risposte lui, sorseggiando un bicchiere di acqua – ma non riuscirai certo a cambiare il mondo prendendotela con me!-
- No certo – riprese Clelia – tu certo non c’entri niente con alcun cambiamento del mondo. O meglio, forse per iniziare potresti sparire, sarebbe già qualcosa… -
- Se io sparissi, dovresti riprendere a pensare all’esame che non hai passato. Così almeno te la puoi prendere con me – rispose Giorgio, che intanto si avvicinò un po’ a Clelia, sfoderando uno splendido sorriso.
Clelia ne rimase colpita. Di rado un uomo le sorrideva, specie dopo esser stato praticamente insultato. Certo, in realtà pensava assolutamente quello che aveva detto, ma doveva ammettere che il ragazzo aveva del fegato a contraddirla. E a sorridere. Ci sono situazioni dove un semplice sorriso è più efficace di mille parole. Clelia si sentì disarmata per un attimo. Mentre metteva assieme le idee per la sua difesa, si voltò verso il barista e posò alcune monete sul banco.
Il barista sorrise e disse – mi spiace, il suo caffè è già stato pagato dal signore – e con un cenno del capo indicò proprio Giorgio.
- Ecco, il solito ragazzino viziato che pensa di poter comprare qualsiasi cosa – Clelia non sopportava la cosiddetta galanteria maschile, in nessuna forma – ma io non sono in vendita. E comunque valgo molto più di un caffè! -
- Ma io non volevo certo comprarti – rispose lui, sempre sorridendo – Volevo solo augurarti una buona giornata e chiederti ancora una volta se avessi bisogno di aiuto, che so magari di parlare con qualcuno -
Questa frase fu ancora più errata dell’aver pagato il caffè. Clelia non sopportava gli approcci psicologici di molte persone, pronte a prestare subito la loro spalla al primo capitato, senza neanche rendersi conto di essere spesso loro stessi dei casi patologici da cura psichiatrica. Inoltre, non aveva alcuna intenzione di esporre alcunché dei propri sentimenti e delle proprie sensazioni con una persona che aveva visto si e no 2 volte prima di oggi. Peraltro in una di quelle volte, se lo ricordava distintamente, Giorgio aveva speso quasi tutto il tempo della lezione a ispezionare le proprie cavità nasali alla ricerca di chissà quale tesoro.
- Senti piccolo Freud, io sto benissimo così da sola. Ho avuto un momento di debolezza, che è concesso a tutti. Ora è passato. Sto bene. E non ho certo bisogno di parlare con te. Per cui se stai cercando un panino dove poter depositare il tuo flaccido hot-dog, se pregato di cercare da qualche altra parte. – Così dicendo sollevò da terra la borsa di tela azzurra in cui teneva gli appunti e i pochi libri, e che le serviva anche da borsetta, e si avviò verso l’uscita.
- Sai, sono proprio le persone come te che rendono questo mondo così di merda – le disse però Giorgio mentre con lo sguardo la accompagnava nel movimento – Non ho chiesto un cazzo di niente in cambio. Ma solo che lasciassi libera per un attimo la tua curiosità e ti aprissi per far uscire quel nodo che hai in gola. -

Clelia si soffermò un attimo sulla porta del bar, ed alzò brevemente le spalle. Poi uscì per strada riaffidandosi al piacevole calore della folla in movimento. Aveva smesso di piovere, ma aumentò l’andatura. Era ancora infastidita per le parole di quel ragazzino saccente e presuntuoso. Ma soprattutto ora, in mezzo alla gente, si chiedeva come facesse quell’ometto insignificante, a sapere di quel nodo in gola, che la stava quasi per soffocare.

***

(questo testo rappresenta una parte del progetto “se” in partecipazione al concorso NaNoWriMo 2009.  Si tratta di una prima stesura non editata. Parole di questo capitolo: 1570)

Sergio

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