Aveva smesso di piovere. Alcune ultime gocce cadevano dal cornicione del palazzo, disegnando cerchi concentrici nella pozza d’acqua sulla strada. Diego guardava quei leggeri vortici, seduto sui gradini del retro del negozio. Un leggero fumo azzurrognolo si levava dal mozzicone che ancora teneva in mano. Ispirò un ultima boccata di fumo, mentre la brace raggiungeva le sue dita. Era roba buona, comprata alcune sere prima al parco da uno che smerciava roba di ottima qualità. Ma oggi mary jane non riusciva ad avere il solito effetto rassicurante, di quel vortice conosciuto di sogni e sensazioni che tanto lo rilassavano. Era solo, i suoi abituali compagni di fuga dalla noiosa routine scolastica, avevano preferito entrare a scuola. Troppo freddo, poi piove, avevano detto. Diego era contento in realtà di stare solo, o almeno questa era stata la sua sensazione all’inizio di quella mattinata, quando si era rifugiato sotto la tettoia di quel vecchio magazzino che un tempo riforniva di ferramenta tutto il circondario. Purtroppo però, la solitudine spesso avvicina troppo a se stessi, i pensieri vagano in direzioni spesso non volute, talvolta inopportune. Per questo aveva deciso di farsi quella canna, anche se era ancora mattino presto. Si accorse presto che non era stata risolutiva, anzi, sembrava quasi che il rilassamento del corpo stimolasse ulteriormente i pensieri, liberi di vagare ed invilupparsi tra loro in modalità sconosciute.
La tristezza, infine, lo assalì. Il dolore iniziò a prendere nuovamente il sopravvento. Erano passati 20 giorni ormai dall’incidente, ma Diego non riusciva a darsi pace. I pensieri attorcigliati finivano sempre per dargli la colpa di quello che era successo.Spesso di notte rivedeva ancora la scena. Il lungo viale illuminato. Il motore dello scooter che rimbombava sull’asfalto. Il riso di Elena che lo raggiungeva anche attraverso il casco. La macchina davanti che rallentava, cercando parcheggio. Il sorpasso. Le ruote che perdevano aderenza sull’acciaio del binario del tram. Quella sensazione quasi di uno strappo quando sentì le braccia della ragazza mollare la presa sui suoi fianchi. Il rumore della plastica e del metallo sull’asfalto, mentre forze fisiche mai pienamente comprese lanciavano lui, Elena e lo scooter in tre direzioni differenti. Un frastuono indefinito. Il silenzio, troppo irreale. Quel rapido controllo di tutte le terminazione nervose per capire se fosse tutto intero. La voce del passante, che lo aiutava ad alzarsi. Una sirena in lontananza. Il rapido sguardo da un lato all’altro della strada, per capire dove fosse. Il casco in mezzo alla strada, solitario terrore. Più in là, il copro disteso, immobile, rivolto sull’asfalto.
Elena aveva compiuto da poco 15 anni. Era nata pochi giorni dopo il secondo compleanno di Diego. Da sempre una delle cose che li univano di più, era stata la volontà dei genitori di festeggiare i loro compleanni assieme, in un giorno scelto di comune accordo. Avevano avuto un’infanzia di quelle che un giornalista frettoloso definirebbe felice. Mamma psicologa, affermata professionista in città. Padre funzionario di una importante banca. Classica famiglia benestante. Pochi parenti che invadessero casa con le loro richieste. Qualche amico che visitava i genitori una o due volte al mese. Una tata che cambiava continuamente, tanto che i due, da bambini, crearono una lingua inventata per le loro comunicazioni che era un misto di inglese, filippino, ucraino, spagnolo, francese, portoghese. Quantità enormi di regali utili a soffocare sul nascere i sensi di colpa dei genitori. Vestiti sempre nuovi che mostravano al mondo intero la ricchezza, il gusto, l’appartenenza di classe di quella famiglia borghese. Poi arrivò il divorzio, inaspettato. Subito da entrambi con la solita stoica indifferenza che solo due persone che si affacciano appena all’adolescenza potevano mostrare. Avvocati, processi, soldi. Niente era ancora risolto. Elena aveva deciso di chiudersi in casa, affidando la sua vita ad un blog dove esaminava canzoni lugubri e musica hard rock. Diego aveva provato tutte le usuali forme di reazione, ma fortunatamente gli aghi non gli piacevano e si stufò presto di altre droghe più o meno pesanti. Parlavano poco tra di loro. Anche se ogni sera, dopo cena, si trovavano assieme, in una delle loro due stanze, per farsi forza parlando di banalità e ascoltando i reciproci silenzi.
Diego si alzò, le braccia e le gambe intorpidite per la posizione e per il freddo. Si stiracchiò, lanciando le braccia in alto mentre si metteva in punta di piedi. La circolazione che si riattivava punse a più riprese sulla superficie della carne.
Non riusciva a piangere. Da quella sera non era più riuscito a piangere. Non riusciva a darsi pace per quello che era successo, e per quel modo stupido. Molto spesso urlava muto perché fosse morta Elena e non lui. Tutti avevano parlato di fatalità, di statistiche, di imponderabilità, di sfortuna. Il laccio del casco che si rompe. Il colpo sullo spigolo del marciapiede, proprio alla base del collo. I dottori avevano sentenziato che la causa della morte fosse stata la rottura dell’osso del collo. Quando li sentì dire così, a Diego vennero in mente le favole e le filastrocche dell’infanzia. Era lì che si moriva rompendosi il collo, non nella vita reale. Ma purtroppo lei lo aveva abbandonato.
Ispirò a pieni polmoni l’aria fresca che aveva preso il posto alla pioggia. Vi era un sentore di umidità, di erba bagnata, di muffa, quel tipico odore che viene dopo la pioggia.
La corsa in ambulanza lungo le vie della città era stata un’esperienza dolorosa. Per le orecchie soprattutto. E per quei volti degli infermieri, che senza dire niente esprimono tutto in realtà. Arrivati all’ospedale, insistettero per visitare anche Diego, che pure non sentiva alcun dolore. Bugie del nostro corpo per difendersi. In realtà, i raggi X mostrarono una sub-lussazione della spalla sinistra. Ma a Diego interessava poco. Voleva avere notizie della sorella, voleva essere lì per tenerle la mano, voleva aspettare il suo risveglio. Quando finalmente gli fu concesso di rivederla, la madre e il padre erano già arrivati. Da molto tempo non li aveva visti assieme senza avvocati o giudici di mezzo. Incrociò per primo lo sguardo del padre. Era inespressivo, come al suo solito. Ma in quella situazione esprimeva una durezza nuova, rassegnata. Lo sguardo della madre era invece tagliente, accusatorio. Entrambi avevano decretato attraverso il loro viso che era colpa di quel figlio avventato se avevano perso la loro unica figlia. E l’imputato avrebbe semplicemente voluto ammettere la sua colpa, e d accettare la sua condanna. Ma la madre accompagnò quello sguardo con delle parole
- Tesoro, come stai – disse – I medici dicono che stai bene, che ti riprenderai presto. Mi spiace, deve essere stato terribile, ma purtroppo la vita è terribile! – Chissà, forse sono frasi che si leggono nei libri di psicologia pensò Diego.
- Si l’importante al momento è che tu stia bene – aggiunse il padre – risolveremo tutto! – Incredibile lo spirito dei padri di essere eterni risolutori di problemi, anche quando i problemi non sono risolvibili.
- Voglio vedere Elena. Dov’è? – Chiese Diego.
Il silenzio fu più significativo di una risposta. Elena non era più. Aveva semplicemente abbandonato questa terra per andare chissà dove.
Una goccia d’acqua cadde dal cornicione direttamente sulla fronte di Diego. Una seconda lo raggiunse invece sulla nuca, si insinuò tra i capelli e poi lungo il collo. Brivido freddo. Osservò per un attimo un cartellone pubblicitario attaccato sul palazzo di fronte, di quelli in cui alcuni tamburi rotanti permettono al cartellone di cambiare pubblicità a intervalli regolari. Uno dei tamburi era immobile, forse colpa della pioggia, non girava più, producendo un risultato strano, surreale, esponendo una faccia sola e mescolandosi con le pubblicità cui non era destinato.
I giorni che seguirono l’incidente furono devastanti. Il padre e la madre non riuscivano neanche a mettersi d’accordo su dove si sarebbe tenuto il funerale. La madre poi voleva effettuare la cremazione. Il padre una sepoltura classica nella cappella di famiglia al cimitero monumentale. Tutto sembrava assurdo agli occhi del ragazzo, che intanto dovette subire anche l’interrogatorio della polizia sulle dinamiche dell’incidente. Rispose che non ricordava molto. Un articolo uscito sulla prima pagina della cronaca cittadina, scritto da un amico del papà, additava nel comune il corresponsabile dell’incidente, a causa della scarsa manutenzione delle strade (che in realtà erano appena state asfaltate) e della presenza dei binari dei tram (esistenti da quasi un secolo e mezzo in città). Venne la sorella della mamma in casa. Passò il suo tempo a cercare di capire perché la persona X non avesse ancora chiamato o la persona Y non avesse almeno mandato un telegramma. Diego, dopo cena, si sedeva sul letto di Elena, ed ascoltava l’eco delle sue parole, delle tante inutili stupidità che si erano raccontanti. Del tanto tempo perso come fratello e sorella a farsi inutili dispetti tra loro, non consi che sarebbe stata poi la vita a fare loro davvero un dispetto enorme, separandoli per sempre. La sera prima del funerale, si accorse che il computer di Elena era acceso. Alzò lo schermo, e comparve la pagina principale del blog della sorella. Un design macabro e gotico, faceva da sfondo ad articoli su quella pseudo cultura dark che ad Elena affascinava alla stregua di una belva dietro il vetro di uno zoo: interessante, ma non toccare. Eppure si era fatta una fama di profonda conoscitrice, c’era chi la invitava online a feste gotiche dai titoli più disparati. Che lei declinava sempre gentilmente. Diego entro nella pagina di amministrazione del blog, c’erano vari commenti su alcuni articoli precedenti. Scrisse un nuovo post. Dal titolo “Sono Morta”. Il testo fu breve. “Di questa dannata esistenza non sapevo che farmene. Sono morta pertanto sul nero asfalto di una strada di città, lanciata da una moto in corsa. Non è stato molto elegante, coi grumi di sangue sulla strada che qualche cane si sarà fermato ad annusare. Non ho mai voluto bene alla vita, ed ora so che non voglio bene neanche alla morte. Se vi chiedete come faccio a scrivere questo messaggio da morta, bè… semplicemente ho chiesto a mio fratello di farlo. E’ stato lui ad aiutarmi”. Due giorni dopo c’erano 196 commenti a questo articolo, persone che esprimevano condoglianze, chi salutava quell’amica virtuale. Qualche insulto. Uno colpì Diego. “Tuo fratello è un grande”. Diego cancellò tutto, blog, account, tutto. Come la sorella non esisteva più in forma reale, così doveva smettere di esistere anche in forma virtuale su internet.
Prese la borsa da terra e se la mise a tracolla. La aprì e vi buttò dentro l’accendino comprato quella stessa mattina da una piccola cinesina di passaggio. Decise di andare ad esplorare qualche negozio di musica. La musica lo aiutava in questi momenti bui, gli permetteva di ritrovare se stesso. Scese i gradini spolverandosi con una pacca il posteriore dei jeans.
Dall’altro lato della strada, una ragazza usciva da un bar. Indossava un lungo maglione grigio, informe.
***
(questo testo rappresenta una parte del progetto “se” in partecipazione al concorso NaNoWriMo 2009. Si tratta di una prima stesura non editata. Parole di questo capitolo: 1803)

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