04/11/2009


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“Se” – Capitolo 4

Scritto da Sergio in Se.

Erano da poco passate le 10 e trenta, quando Laura bussò alla porta del suo ufficio. Senza attendere risposta, aprì la porta ed entrò.
Luca era seduto dietro alla scrivania, intento a scrivere furiosamente sul suo blocco per appunti. Non staccò lo sguardo dal foglio mentre lei iniziava a parlare.
- Avvocato, devo purtroppo chiederle di uscire per qualche ora. Mi hanno appena chiamato dalla scuola, e Filippo ha avuto qualche problema a scuola. Credo abbia assalito un suo compagno…
- Si certo vai pure – rispose lui – ti chiedo solo di portare il cellulare con te.
- Si certo – annuì lei – se vuole posso anche deviare le chiamate direttamente sul cellulare .-
- No no, è sufficiente la segreteria per quello. Tanto, le persone che possono avere qualche reale urgenza hanno il mio numero di cellulare. Gli altri possono aspettare -
- Ok perfetto. – disse lei, girandosi verso la porta
- Aspetta…. pensandoci bene… verso che ora pensa di essere di ritorno?-
- Non più tardi dell’una spero… dipende un po’ dal traffico. A proposito… il taxi sarà qui alle 11:30 -
- Ok perfetto. Credo che tornerò in ufficio molto tardi. Appena riesco a fare una pausa ti chiamo per fare il punto della situazione -
- Certo va bene -
- Ah… ultima cosa… dì a tuo figlio che faccia il bravo. Vorrei evitare di dover risolvere anche le sue birichinate! -
Luca disse quest’ultima frase con un sorriso forzato sulle labbra. E Laura rispose con un sorriso altrettanto forzato. Entrambi sapevano che quel caso che si stava costruendo su quella scrivania avrebbe allontanato qualsiasi voglia di sorridere per parecchio tempo.
- Riferirò. Ma che credo che un deterrente migliore sia il sequestro della Playstation al momento…” e uscì dalla stanza.

Luca si rimise a leggere gli appunti che aveva appena scritto. aveva perso il filo del discorso, e la memoria gli si aggrovigliò un attimo nel tentativo di ricomporre i pezzi di quello che stava pensando. Aveva letto quasi tutto il materiale che era riuscito ad ottenere dalla procura. Mancavano ancora tantissime carte, ma del resto l’indagine era appena iniziata. Nonostante la superficialità di questi primi resoconti, era evidente che si trattava di una vicenda molto grossa. E già un paio di volte aveva avuto paura, quella mattina, che fosse più grande di lui.
Finché leggi di certe cose sulla stampa, sui giornali, tutto sembra lontano, come il brutto incubo di qualcun altro. Ma questa volta si tratta di persone vere. E soprattutto il sospettato di ora era una persona conosciuta. Luca riprese a leggere, da dove lo aveva lasciato, il verbale della vittima numero 6.

Lo colpì una frase. “mi chiese se mi piacevano i tatuaggi. Gli dissi di si, così si tolse la maglietta di dosso e si girò indicandomi sulla schiena il tatuaggio che aveva. Si trattava di un unicorno, sembrava vecchio. Gli dissi che era carino. Lui mi prese una mano, e la posò sopra il tatuaggio, dicendomi di toccarlo ...” Ricordava quel tatuaggio. Era una mattina dell’ultimo anno del liceo, solita pausa durante l’ora di religione. Luca stava andando in biblioteca quando incontrò Fabrizio nel corridoio che si dirigeva verso i bagno. Gli fece gesto di seguirlo. Appena dentro, disse
- Guarda che figata, mi son fatto un tatuaggio ieri – ed iniziò a sbottonarsi. Luca osservò il corpo dell’amico mentre la camicia si dischiudeva. Era in splendida forma, segno che i duri allenamenti che perseguiva stavano dando ottimi frutti. Si girò di schiena, mettendo in mostra un tatuaggio di un colore nero vivo, lucido. Era un unicorno in piedi sulle due zampe posteriori, in quella posa tipica da statua equestre. Il muso e il corno erano molto ben marcati, mentre il resto del corpo appariva un po’ più stilizzato. Non si vedevano tantissimi tatuaggi allora, e Luca ne rimase un po’ stupito.
- Bello, ma come mai lo hai fatto? Come mai un unicorno? -
- Ho deciso di farlo perché cambio vita ragazzo mio. Fanculo i miei genitori, le vecchie abitudini e tutto il resto. Con questo unicorno prendo possesso finalmente della mia vita e del mio corpo! -
- In che senso scusa? -
- Perché siamo dominati da una cultura che ci obbliga a nascondere il nostro corpo, a reprimere la nostra sessualità, a uccidere sul nascere i nostri istinti più naturali. Mentre io da oggi voglio sentirmi libero di essere ciò che sono, e di vivere la mia vita ! -
- Bè ma mi pare che lo fossi anche prima – Luca lo guardò con uno sguardo triste. Pensava del resto che Fabrizio vivesse in una situazione privilegiata, e non oppresso da una famiglia molto religiosa e molto legata a criteri formali di rispetto delle tradizioni, che spesso non lasciavano spazio a nessun tipo di libera espressione.
- No no, pensavo di esserlo, ma non lo ero in realtà. Vedi – e mise un braccio attorno al collo di Luca, che rispose con un lungo brivido sulla schiena al contatto con la pelle fresca dell’amico – noi siamo due ragazzi fortunati, perché abbiamo ancora davanti tutta la vita. Però vedi, dobbiamo fare delle scelte già da ora, che definiranno quello che saremo in futuro. E non mi frega di essere una persona buona, io voglio essere una persona viva! E anche tu dovresti esserlo!
- Viva? ma io sono vivo! -
- Si certo, sei vivo come un mozzicone di sigaretta buttato in una pozzanghera. Finché non aprirai te stesso al mondo, tutto sarà difficile, e ti sentirai oppresso anche se non sai bene da cosa -
- Ma io sto bene  così, non mi sento oppresso, almeno non più di chiunque altro. E poi da cosa sarei oppresso? -
Fabrizio avvicinò il viso a quello dell’amico e lo guardò negli occhi con un’intensità strana.
- Bè ad esempio dal fatto che muori dalla voglia di scopare con me -
Questa frase trafisse Luca fino nel profondo. Fino a quel momento non solo nessuno aveva mai accennato ad un possibile interesse suo nei confronti di persone del suo stesso sesso, ma il pensiero non si affacciava neanche alla sua parte conscia, relegato com’era sotto un mucchio di lucchetti psicologici nell’angolo più remoto del suo io. Il mondo attorno a lui iniziò a vorticare a fortissima velocità, mentre le gambe gli diventavano molli. La sua bocca si aprì, ma non uscì una risposta, solo un lieve refolo d’aria. Quell’istante sembrò durare un’eternità. Ed ebbe su Luca lo stesso effetto dello squarcio della tenda nel tempio biblico, mettendo a nudo completamente quella parte vulnerabilissima del suo io. Il tempo sembrava essersi fermato definitivamente, quando una grassa risata eruppe sulla scena.
- Dio che faccia che hai fatto! – disse Fabrizio, sogghignando – dai su caro, vedi che hai bisogno di una seria liberazione dalle oppressioni che hai? Dalla faccia sembrava che avessi visto un fantasma!
Ed era un fantasma quello che aveva visto Luca. Il fantasma di una vita vissuta relegato ai margini della società, deriso da tutti, dissuaso dal poter partecipare alla vita sociale del suo paese e della sua città perché deviato. Esiliato dalla famiglia, escluso dalla cerchia degli amici, condannato ad una vita dolorosa all’ombra di Sodoma. Lo spettro che per tanto tempo era rimasto assopito dentro il suo animo, si liberò in quell’istante, e parve mostruoso, una belva distruttrice, carica di una energia repressa che non aveva confronti.
Erano passati vent’anni. Quello spettro non si era mai più materializzato. Fino ad oggi almeno. Nelle vesti inaspettate dell’amico di un tempo che, oggi, era in carcere per aver, a quanto pare, spinto la liberazione della propria carne un po’ troppo in là.

Suonò il telefono, ma Luca non rispose. Notò però che l’orologio sulla parete segnava le 11:10. Si alzò e recuperò dal tavolo la sua borsa portadocumenti. Selezionò le carte che intendeva portare con se. Un blocco per appunti nuovo, quello sul quale aveva già preso appunti. Cercò nel cassetto un paio di matite, di cui saggiò la punta con un polpastrello. Adorava scrivere con le vecchie matite di legno almeno quanto adorava temperarle alla perfezione col suo temperino elettrico. Guardò fuori dalla finestra. Sul palazzo di fronte un enorme manifesto pubblicitario mostrava una ragazza troppo magra per esser bella e troppo nuda per essere sexy. Per un attimo, quel viso triste in versione 5 metri per 5 sembrò a Luca lo scherzo di cattivo gusto di un concorrente sleale. Ma in realtà poi si rese semplicemente conto che la moda non sempre veicola la bellezza. Cerca piuttosto di autoalimentare se stessa.
Presa la giacca dalla sedia, prese anche il soprabito e si avviò verso l’uscita. Scese per le scale, visto che l’ascensore sembrava intasato dei soliti operai impegnati in una ristrutturazione fantastica dell’appartamento all’ultimo piano. Arrivato nell’atrio si accorse di aver scordato l’ombrello. Ma intravide che fuori non pioveva più, anche se il cielo si confondeva coi tetti dei palazzi più alti, in una sorta di massa grigia uniforme.
Il taxi arrivò dopo qualche minuto, dopo una rapida indicazione, partì spedito verso la sua destinazione. Il traffico pareva scorrevole, anche se le solite automobili parcheggiate in doppia fila causavano frequenti stop and go al mezzo. Luca controllò sul palmare se fosse arrivata qualche nuova email. Solite cose, tanto spam, qualche circolare, due tre messaggi di inviti a noiose cene con colleghi, un paio di clienti che probabilmente si lamentavano della loro vita sfigata, il reminder di un compleanno. Aprì un solo messaggio. Conteneva una foto di un panorama estivo, una spiaggia, le palme, il mare dai colori chiarissimi a perdita d’occhio. E una frase: potremmo essere lì assieme. Firmato Maicol. Luca chiuse il messaggio, e bloccò la tastiera del palmare rimettendolo nella tasca dell’abito. Guardò fuori dal finestrino: le vetrine dei negozi, le macchine che passavano, i palazzi, le insegne, i cani che trascinavano on giro i padroni. Studenti che giravano a gruppi. Turisti che si guardavano in giro spaesati. Alberi ormai nudi che si preparavo ad affrontare l’inverno. Clochard coperti di carta di giornale. Qualche ciclista che si azzardava sul fondo viscido della città bagnata. Operai che eseguivano chissà quali misteriose operazioni nel ventre della strada. Un palo tra due auto, con un mazzo di fiori, e la foto di una giovane ragazza.

Vita di città che scorreva davanti a lui.

***

(questo testo rappresenta una parte del progetto “se” in partecipazione al concorso NaNoWriMo 2009.  Si tratta di una prima stesura non editata. Parole di questo capitolo: 1725)

Sergio

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