Pace e tranquillità. Erano queste le sensazioni che Clelia provava appena messo piede dentro la vecchia libreria, ed ogni volta scopriva qualcosa di nuovo in quell’anfratto di cultura recondito ai più. Adorava l’odore di polvere che proveniva dagli alti scaffali, le piccole poltroncine di velluto verde negli angoli dove poter sfogliare in tranquillità le raccolte di poesie che lei adorava così tanto. La sezione dei libri usati, dove oltre che un libro spesso si sfogliava anche la storia di chi quel libro lo aveva comprato, letto, accudito per chissà quale tempo, e pois e ne era dovuto disfare. In realtà Clelia non era una grande lettrice. Come in molte cose, le piaceva spiluccare qua e là. La libreria era quindi un posto perfetto, dove poter ripassare i riassunti dei grandi classici, scorrere le quarte di copertina o gli incipit degli ultimi romanzi, tutte cose molto utili nelle chiacchiere sociali cui era spesso costretta dalle circostanze. Adorava però leggere racconti brevi, oppure poesie, tutto ciò che non impegnasse la sua mente gitana per troppo tempo. Ogni tanto però, poteva capitare che trovasse un libro che riusciva a catturarla, a occuparle la mente per un po’, entrando nel suo spazio vitale. Allora si perdeva completamente, e non riusciva a staccarsi dal libro fino a quando non lo aveva finito. Era capitato tanto tempo fa con il Piccolo Principe di Saint-Exupery, in cui aveva sognato di essere la rosa amata. Era capitato poi con un romanzo di Stratis Haviaras, L’Età Eroica, in cui forse ritrovava un po’ di se stessa, specie nel momento del passaggio dall’adolescenza alla vita adulta. Più di recente furono Le Metamorfosi kafkiane a sedurla, forse perché spesso si sentiva imprigionata nel carapace di un insignificante insetto. Ma erano tutte dedizioni fugaci, che lasciavano però in Clelia la voglia di riprovare a leggere con maggior costanza, senza però, spesso, riuscirvi.
Si diresse verso lo scaffale delle guide sui viaggi. Era quello il posto in cui lei trovava le maggiori distrazioni, quando era pensierosa o triste. Sfogliare il punto di vista di altri su mete lontane, ammirare le foto patinate di realtà catturate e mai più esistite, sognare di fastosi pasti in località famose, di camminare sulle sabbie degli altri mondi, in riva alle acque cristalline di chissà quale mare. Tutto ciò riusciva ad aprirle la mente e a fare entrare quella fantasia che tanto spesso la teneva distante. Prese un libro su San Francisco, e iniziò a sfogliarlo. Si soffermò sui cenni storici relativi alla Beat Generation, mentre ammirava le foto di quegli eredi dei poeti maledetti.
- Sa che è un posto bellissimo? – disse una voce.
L’ingresso in libreria era per Clelia sempre un momento catartico. Quello era il suo piccolo mondo intimo, in cui altre persone non erano ammesse. Il proprietario e la sola commessa di quel piccolo negozio la conoscevano e sapevano starle distante. Non parlava mai con nessuno, e spesso non guardava neanche se vi fosse qualcuno, che potesse in qualche mondo rovinarle quell’attimo magico di ritiro spirituale assieme a se stessa. Così decise di non rispondere, né di voltarsi. Con la coda dell’occhio, comunque rivolta verso il basso, notò un paio di scarpe eleganti, lucide, dalla punta arrotondata. Un paio di Jeans, di colore blu scuro, con alcuni strappi sul davanti, e che avvolgevano stretti due gambe robuste. La voce era maschile, calda. Le sembrò però di riuscire a tenere tutto ciò fuori dal suo mondo, ma proprio mentre soffermava il suo sguardo sulla descrizione della Columbus Avenue, la voce riprese:
- Le consiglio davvero di andarci. San Francisco è davvero un posto magico -
Stavolta Clelia si girò, e disse
- Sa che ha perso una grande occasione di far apprezzare il suo silenzio? – e sottolineò la frase, detta senza un minimo di compassione nella voce, con uno sguardo diretto ed accusatorio. L’uomo la guardò, inclinando leggermente la testa di lato. Era un tipo alto, almeno 10-15 centimetri più di lei. Capelli brizzolati, corti, una leggera barba incolta sul viso, di quelle che occorre più tempo a curarle rispetto che non radersi completamente. Il viso abbronzato, sottolineava una assidua frequentazione dei solarium disseminati ad ogni angolo di strada nella grande città. All’orecchio destro, un piccolo brillante si illuminò per un istante, annunciando la sua presenza. Gli occhi, color verde bottiglia, esprimevano stupore in quel momento. In sostanza, un uomo che molti avrebbero potuto considerare bello o quantomeno affascinante, ma che per lei, in quel momento, rappresentava solamente il nemico.
- Mi scusi, non volevo recarle disturbo, è solo che sono rientrato da poco da un viaggio da San Francisco, e la considero una esperienza positiva. Tutto qua – mentre diceva queste parole, l’uomo indietreggiò un attimo, posando sul tavolo alla sua sinistra il libro che teneva in mano.
- Bé guardi, la ringrazio per l’interessamento, ma so vivere benissimo la mia vita da sola, senza dover per forza accettare i consigli dagli sconosciuti -
- Se tratta così chi le propone un suggerimento, chissà cosa farebbe allo sconosciuto che osasse proporle una caramella – disse lui, con un leggero sorriso.
Gli sguardi si incrociarono un attimo. Lui, cercava di indagare in profondità ciò che lei invece cercava di nascondere.
- Diciamo che semplicemente la gente come lei deve capire quali sono i suoi limiti ed evitare di travalicarli. Ed io son qui per questo, per ricordare a tutti, specie a voi esponenti del sesso forte, che il rispetto va dato in ogni occasione -
- Ma io rispetto assolutamente lei e tutte le donne. Anzi il mio suggerimento…
- Inutile e non voluto -
- ok… il mio inutile suggerimento era inteso come gesto di socialità e di rispetto -
- Socialità? Dico, ma sa in che anno siamo? La socialità mica è obbligatoria! Forse in un paesino sperduto dalle montagne dove l’unica alternativa del parlare con una persona è sedersi a mungere una mucca. Non qui. Oggi, e per il futuro, vivremo tutti meglio nel momento in cui impareremo ad ascoltare. Solo allora potremo parlare -
- Ma io sono un ottimo ascoltatore – disse lui stavolta con un leggero accento accigliato
- Se davvero lo fosse non starebbe qui a continuare a parlare, quando le ho già detto che apprezzerei molto di più il suo silenzio! -
Clelia si stava quasi divertendo. Quel battibecco era interessante, in genere gli uomini che provavano ad attaccar bottone con lei desistevano dopo solo qualche minuto. questo tipo invece sembrava voler insistere. Anche se era sicura di aver dato la stoccata vincente.
- Mettiamola così – ribatté lui – ascoltandomi apprezzerà ancora di più il silenzio dopo. Ed avrà l’opportunità di applicare anche lei la fantastica arte dell’ascolto. -
- Non mi pare di sentire nulla che sia degno ascoltare al momento. Per cui, preferirei ritornare al mio libro -
- libro bello… che però non è la miglior guida di San Francisco a mio avviso – fece ancora lui, dopo un breve istante di esitazione.
- Insiste allora? Le ho per caso chiesto di consigliarmi una guida? Anzi no, aspetta, visto che ci sei potresti benissimo proporti di accompagnarmi in un tour tra San Francisco e la Wine County che ti presteresti ad organizzare giusto per me – Clelia non si accorse neanche di essere passata dal lei al tu nel mezzo della frase. Era tanto intenta nel cercare di rendere sarcastico il suo pensiero, che non si rese conto di aver aperto una piccola breccia nelle sue difese. Che non rimase occulta a lungo.
- Bé ammetto che non mi era passato per la testa, ma di sicuro potrebbe essere una esperienza interessante – disse lui, allontanando per un attimo lo sguardo – di sicuro scoprire la Città sarebbe più divertente in due, no? -
- AHA! – esclamò Clelia, battendo le mani con uno schiocco possente. – Eccoci qui. Un’altra volta ancora questo esemplare di maschio della specie homo sapiens mentularum mostra quanto sia possente e lineare il pensiero… che giunge dal cavallo dei pantaloni! – e sottolineò la frase con gesto che indicava l’uomo in mezzo alle gambe.
Questi rimase stupito dal gesto di lei e dalla sua ostentata volgarità. La osservò un attimo, vide negli occhi una sorta di lampo, di fuoco purificatore, un qualcosa che era allo stesso tempo inquietante ed affascinante. Del resto, aveva capito subito che sotto quel maglione extra-large, dietro quell’apparenza dimessa, si nascondeva una donna interessante. Certo, si era dimostrata coriacea e combattiva, molto più del previsto.
- Si sbaglia signorina… a proposito posso sapere il suo nome? -
- No assolutamente, non ho certo intenzione di incrementare questa discussione con un accenno di intimità! – rispose lei.
- capisco… comunque dicevo che si sbaglia signorina. Non avevo nessuna idea compromettente nei suoi confronti – pronunciò queste parole sottolineandole con un gesto delle mani, che sembrava ricomprendere l’intera figura di Clelia. Se anche lui avesse avuto un intento offensivo in questo frangente, non è dato sapere. Ma Clelia era troppo intenta a riarmare le sue difese per accorgersi della sgarbatezza.
- A proposito, io sono Lorenzo – concluse.
- Buon per te – disse Clelia lapidaria. Si voltò, e re-infilò il libro nella libreria con forza. Lo spazio stretto tra gli altri volumi, non le consentì però di raggiungere il suo risultato immediatamente, e dovette armeggiare un po’ per poter rimettere il libro effettivamente al suo posto.
Era scoraggiata da quella giornata: prima l’esame di Filosofia delle Religioni non passato, poi quel cretino che voleva consolarla. Ora quest’altro fagiano che la importunava addirittura nel suo regno, nella sua libreria, nel suo angolo nascosto di paradiso. Non lo poteva tollerare, era davvero troppo.
Si girò nuovamente verso il tipo, lo squadrò e gli disse:
- Vedi io e te siamo diversi. Io cerco di vivere la mia vita appieno, scoprendola giorno per giorno, sfidando me stessa e facendola con le mie forze. Tu invece sei il solito damerino che si è fatto troppe lampade, il cui primo pensiero al mattino e accontentare l’uccello. E la sera prima di andare a dormire conta tutte le occasioni perse. Voi uomini siete davvero mentalmente instabili -
Lorenzo non rispose, si limitò ad ascoltare quello sfogo. Anzi, sembrava che stesse quasi aspettando qualcosa.
- E per inciso, questo è il mio terreno di caccia, qui ci vengo da sola, parlo con chi cazzo voglio io e se voglio io, ok? Certo non posso impedirti di entrare, semplicemente faremo in modo di non essere assieme in questo posto un’altra volta, d’accordo? -
- Se questo è il tuo desiderio… rispose lui – C’era qualcosa che non era andato per il verso giusto quella mattina. Quella ragazza così sciatta si era rivelata una leonessa in catene, e aveva tirato fuori gli artigli in maniera imprevista. Ma più la guardava più Lorenzo capiva che in realtà forse era proprio lei la persona che stava cercando.
Clelia si avviò verso la porta a grandi falcate. Lasciò vagare lo sguardo per la libreria ancora un attimo, assicurandosi di non indirizzarlo verso la zona in cui stava Lorenzo, ancora in piedi nella stessa posizione, mentre reggeva la copertina aperta di un libro appoggiato sul tavolo. Notò il vecchio padrone del negozio e il giovane commesso che la guardavano, con un’espressione a metà strada tra il divertito e lo sconvolto. Gli lanciò un occhiataccia, che ebbe l’immediato risultato di far mutar direzione al loro sguardo.
Aprì la porta e uscì in strada. Fuori sembrava più grigio e più freddo di prima.
Milano era la solita città del cazzo.
***
(questo testo rappresenta una parte del progetto “se” in partecipazione al concorso NaNoWriMo 2009. Si tratta di una prima stesura non editata. Parole di questo capitolo: 1922)

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