06/11/2009


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“Se” – Capitolo 6

Scritto da Sergio in Se.

L’effetto rilassante della canna era ormai del tutto dimenticato. Aveva camminato per quasi un’ora, vagabondando per il centro storico, senza una meta precisa. Ogni tanto si era fermato ad osservare una vetrina, un manifesto, un cane che urinava per strada, i piccioni che brontolavano sul cornicione di una palazzina, le foglie che ingombravano i margini della strada nei pressi dei rari alberi di quella città grigia. Era quello il suo modo di combattere la nostalgia che lo assaliva e che troppo spesso si impossessava di lui. Portava a spasso la sua testa per tenerla lontana dalle sue memorie e dai suoi profondi sensi di colpa.

Erano passate da poco le undici quando il cellulare vibrò nella sua tasca sinistra. Possedeva ancora uno di quei vecchi modelli di telefono a conchiglia, con un display su poche righe neanche a colori. Ma a Diego la tecnologia era sempre interessata poco. Spesso si sentiva spaesato nel secolo in cui si trovava e avrebbe forse preferito vivere in un’era meno tecnologica e moderna. Elena lo prendeva spesso in giro per questo, specie quando, costretto per esigenze scolastiche ad affrontare il computer, regolarmente combinava qualche pasticcio. E la sorella sorrideva quando magari, semplicemente, ricollegava lo schermo all’alimentatore e ritrovava così le ore di lavoro che il fratello già disperava di ritrovare.

- Pronto – esclamò controvoglia all’apparecchio
- Ciao, sono Stefi – disse una voce femminile dall’altro capo dell’etere. E continuò. – Se vuoi sono libera adesso. Ho dato buca a scuola, e sono appena tornata a casa -
- Grande! – esclamò Diego, mentre un’ombra di vitalità si affacciò sul suo sguardo, forse per la prima volta quella mattina. – Sono già in centro anche io. Penso di essere a casa tua tra dieci minuti -
- Bene, a fra poco allora -
- A fra poco! -

Diego ripose il cellulare nella tasca. Si accorse in quel momento che stava ingombrando la strada, ed impediva ad un piccolo camioncino di passare. L’autista però sembrava stranamente paziente, in un contesto in cui al primo ritardo nell’attraversare scattava subito il clacson. Forse era anche lui una persona che vagava senza meta, o un’anima triste, pensò. Raggiunse subito il marciapiede, e studiò un attimo i dintorni per orientarsi. Gli era capitato, in questi ultimi giorni, di perdersi più di una volta per le strade di Milano, magari continuando a girare in tondo a posti comunque noi, ma che non riconosceva per chissà quale motivo. Riconobbe una finestra al secondo piano di un palazzo. Aveva delle tende color porpora, ma soprattutto attaccato al vetro vi era un piccolo manifesto della recente campagna elettorale presidenziale americana di Barack Obama. Probabilmente vi abitava qualche americano, aveva pensato. Comunque, tanto gli bastò, in quel momento, per ritrovare la strada. E scoprire che effettivamente era vicinissimo alla sua destinazione.

Lungo la strada, ormai gli mancavano poche centinaia di metri, si fermò in una pasticceria. Prese una decina di piccoli cestini di pastafrolla con la frutta fresca, fragole e rondelle di banana perloppiù. Era goloso, da sempre, anche se il suo corpo sembrava nascondere perfettamente, al momento, questa sua tendenza ad eccedere. Sapeva anche che Stefi era allergica alle fragole. E questo gli avrebbe permesso di mangiare quasi tutti i dolci.

Poco dopo giunse davanti all’ingresso del palazzo. Suonò al campanello. Un ronzio prolungato segnalò l’apertura del grande portone di legno. Ci voleva molta forza per aprirlo, e sentì subito la fatica di quel gesto. Salì le scale di corsa, saltando i gradini tre a tre. Adorava farlo, e adorava arrivare in cima alla tromba delle scale, al quarto piano, senza fiato.
La porta di casa si aprì nel momento in cui la punta del suo piede toccava il pianerottolo.
- Ciao – disse
- Ciao bello – rispose la ragazza.

Era una ragazza giovane, aveva 14 anni, ma in realtà la si sarebbe potuta scambiare già per una maggiorenne. Era poco più bassa di Diego, portava lunghi capelli color miele, e due occhi verdi quasi felini. Poche lentiggini le ornavano le guance ai lati del piccolo naso. Due seni già completamente sviluppati, facevano bella mostra di se su un corpo già pienamente maturo. Eppure, aveva un’aria ancora da ragazzina. Forse è quello il motivo per cui Diego non l’aveva mai considerata molto, assimilandola al gruppetto di amichette della sorella che bazzicavano di continuo per casa, ciarlando delle ultime novità del film Twilight o dell’ultima puntata di Amici in tv. Il giorno dopo l’incidente era stata l’unica a venire subito per cercare informazioni. Diego era solo a casa, mentre la madre e il padre erano in giro a darsi battaglia su come organizzare le esequie. Stefi lo abbracciò, senza riuscire a dire niente, e pianse sulla sua spalla. E fu in quel momento che anche lui riuscì a dar sfogo alle sue lacrime trattenute troppo a lungo. I due si abbracciarono, parlarono poco, ricordando l’amica e la sorella. Rammentarono i momenti felici, e si misero a sorridere di alcuni momenti divertenti della vita comune di entrambi. Lui prese alcune vecchie foto divertenti di Elena bambina. Lei si appoggiò a lui sul letto per guardarle meglio. Si baciarono. Fecero l’amore sullo stesso letto dove tante volte Elena e il fratello avevano chiacchierato la sera.

Si erano rivisti al funerale, e poi da quella volta ogni tanto, si incontravano ancora, spesso a casa sua, durante il giorno, quando entrambi preferivano le gioie del sesso alla noia della scuola.

Benché fosse più giovane di lui, Diego capì subito che quella ragazza aveva molta più esperienza di ragazzi di quanta lui ne avesse di ragazze. Lei gli aveva confessato che a scuola, si concedeva spesso a questo o quel ragazzo, tutte persone di stimate e ricche famiglie. All’inizio, fu uno di questi ragazzi. Le aveva proposto, forse scherzosamente, 50 euro in cambio di un pompino. Lei aveva accettato, e da allora aveva scoperto una piacevole fonte di guadagno per quei piccoli sfizi che la paghetta di mamma non poteva esaudire.
- Da te non voglio soldi però – aveva subito chiarito a Diego, che però non volle mai approfondire i perché di quella strana relazione.

Lei lo fece entrare in casa, e lo accompagnò in salotto. Indossava, come al solito, solo una t-shirt extralarge ed un paio di slip rosa. L’appartamento dove viveva era sempre caldissimo. Lui si sedette sul divano, lasciandosi cadere mollemente dopo aver buttato in un angolo il suo giubbotto dimesso. Lei gli si accovacciò a cavalcioni sulle ginocchia:
- Allora come stai -
- Come vuoi che stia. la solita merda -
- Non sei andato a scuola neanche oggi -
- Come te del resto… non avevo un cazzo di voglia stamane. E poi quella stronza della professoressa di latino mi avrebbe sicuramente interrogato. Dice che devo riprendere la vita normale. Come se lei sapesse cosa vuol dire “avere una vita normale” in mezzo sempre a quella cazzo di lingua ammuffita -
- Si hai ragione, anche io non capisco perché cavolo ce la fanno studiare ancora. E poi se ci aggiungi che io c’ho pure il greco! -
- Bé lo hai scelto tu -
- Si certo, “Libera volontà”. Se non fossi andata in quel liceo la mamma mi avrebbe mandato a fare la crocerossina in Cambogia! -
- Bé forse sarebbe stato meglio così, no? -
- Si figurati, in mezzo alle risaie. No no, meglio qua. Che poi ancora un anno o due e riuscirò a sfondare -
- Si certo -
- Non ci credi? Bé stamane sono proprio andata dal fotografo per farmi dare un appuntamento per il book -
- Scusa non potevi andare in libreria? -
- Ignorante. Il book fotografico. Devo farmi fare delle foto per poter poi mandarle alle agenzie di modelle -
- Ah… ma le foto le fai nuda o vestita? – Diego le cinse la vita con le mani
- E se fosse? Che te frega! Il fotografo farà uscire da me il mio lato migliore! -
- Pensavo fossi io quello che ti faceva uscire il lato migliore! – disse lui ridacchiando, mentre spostava le mani a coppa sui suoi seni.
- Si certo. Vuoi uomini avete sempre sta fisima di essere i migliori a letto. Poi in realtà, non sapete neanche usare bene il vostro coso… dai lasciami! – disse lei incrociando le mani sul suo petto. Poi continuò – Hai un po’ di roba? -
- No mi spiace, mi son fatto l’ultima canna stamattina. Ne avevo bisogno -
- E io cazzo ne ho bisogno ora! – si alzò e girò per la stanza. Poi prese la porta che dava sul corridoio e sparì. – Torno subito! -

Diego rimase nella stanza. Si alzò dal divano. Con la punta del piede destro si sfilò la scarpa sinistra che lanciò verso un angolo. Poi ripeteà il gesto con l’altra scarpa. Si tolse il maglioncino leggero, sbottonò i pantaloni e gettò entrambi gli indumenti nella stessa direzione delle scarpe. Infine, tolse anche la t-shirt, una riproduzione di una vecchia maglietta di una qualche università americana. Poi, rimasto in mutande e coi calzini di spugna ai piedi, fece un giro per la stanza. Sul fondo, c’era uno specchio, con una grande cornice dorata. Si guardò un attimo. Nonostante non avesse mai neanche preso in considerazione di fare sport, ritenendolo un’attività superflua e priva di alcun senso pratico, Diego era fiero del suo fisico adonico. Ed effettivamente, quel corpo poteva passare per quello di un’atleta. Tutti i muscoli, dai pettorali ai bicipiti, agli addominali, mostravano la loro esistenza sotto la pelle del ragazzo, non gonfi, ma neanche anonimi e mollicci. Un ciuffo di peli ribelli cresceva nel solco tra i due pettorali, e univa poi con una riga quasi perfetta l’ombelico prima di infilarsi sotto l’elastico delle mutande.
- Meno male che so dove la mamma tiene la scorta – la voce giunse dal corridoio prima che Stefi rientrasse in scena. Diego intanto guardava fuori dalla finestra. Per strada un vecchio tram sferragliava. La città sembrava più grigia del solito oggi. Sentì le mani calde della ragazza posarsi sui suoi fianchi. Poi scivolare lievi sul davanti del suo corpo, su fino ai capezzoli. Sul balcone del palazzo di fronte, notò una piccola pianta piena di fiori rossi,ed alcuni passeri che le svolazzavano attorno. Sembrava stonare rispetto al mono tono colore della città.
Le mani di lei seguirono la sottile striscia di peli sul suo corpo e si infilarono sotto l’elastico del boxer. Diego chiuse gli occhi, mentre anche quell’ultimo indumento scivolò via lungo le sue gambe.

Anche quell’unione strana, così carnale, era nata dall’incidente di venti giorni fa. Era come se quelle due anime in pena decidessero di affidare alla sensualità dei loro corpi un modo diverso di gridare il loro dolore. Non era amore, era sesso allo stato puro, istintivo, ferino, ed entrambi lo riconoscevano. Ma nessuno si faceva la domanda, cosa ne avrebbe pensato Elena.

Era lei, in fondo, il convitato di pietra in quel soggiorno milanese, una mattina di ottobre, mentre suo fratello inarcava la schiena all’indietro ed emetteva un gemito godendo nel corpo adultero della sua migliore amica.

***

(questo testo rappresenta una parte del progetto “se” in partecipazione al concorso NaNoWriMo 2009.  Si tratta di una prima stesura non editata. Parole di questo capitolo: 1856)

Sergio

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