Lorenzo aveva accompagnato Clelia con lo sguardo, mentre lei usciva dal negozio. Aveva capito subito che era una donna forte e non sarebbe stato facile entrare in sintonia con lei, ma non avrebbe mai pensato ad una reazione simile. In realtà c’era stato un momento in quell’incontro in cui gli era parso che lei avesse abbassato la guardia, ma poi aveva subito rizzato nuove e più acuminate difese. Pensò parecchio a dove avesse sbagliato, quale fosse stata la frase, o forse la parola che aveva scatenato la reazione della ragazza. Si lasciò cadere su una delle poltroncine verdi della libreria, mentre con la mano destra ancora leggeva il libro che aveva preso dallo scaffale prima di notare quella giovane avvolta in un lungo maglione grigio. I suoi pensieri fecero un rapidissimo replay della scelta, prima veloce, poi lento, come in una sorta di moviola sportiva. Ma non riuscì a cogliere niente nelle sue parole che potesse aver cagionato una tale reazione. O almeno, niente che lui potesse comprendere.
Emise un sospiro. Il proprietario del negozio gli si avvicinò. Era un signora di oltre 50 anni, con una testa grande, sproporzionata rispetto ad un fisico esile. Indossava una camicia a righe, ed un farfallino rosso che lo proiettava immediatamente indietro nel tempo di almeno venti, trent’anni. Nel complesso, aveva un’aria bonaria che ispirava fiducia. Il classico nonno che tutti vorrebbero avere.
- Mi spiace per la signorina, ma sa, per lei la libreria è un vero e proprio rifugio – disse
- Non si preoccupi. Errore mio di valutazione – chiese Lorenzo. Poi dopo una breve pausa aggiunse – Quindi viene spesso? -
- Si abbastanza spesso, alcuni giorni anche più di una volta. Ma non è abitudinaria, non ha orari -
- Capisco. Buona cliente comunque? -
- Bé… se devo dirla tutta – il libraio si schiarì la gola e abbassò leggermente il tono della voce, come se dovesse confessare chissà quale segreto – non compra molto spesso, e comunque in genere solo libri usati -
- Capisco… – rispose Lorenzo, quasi divertito del modo d’altri tempi del commerciante di trattare i temi relativi a chi frequentava il negozio.
- Comunque, è stato fortunato! Tempo fa ha colpito un ragazzo con un ceffone sul viso! -
- Ah si? davvero? – esclamò Lorenzo con stupore
- Si. Erano entrai assieme, pareva si conoscessero, ma poi lei gli ha fatto una scenata, tutta partita da un commento a un libro… e poi abbiamo tutti sentito quello schiaffo che ha rimbombato nel negozio! -
- Ah però, proprio un bel caratterino allora? -
- Si, dia retta a me, lasci perdere… -
- Bè, certo, non ci tengo a venire schiaffeggiato, specie non in pubblico! -
- Appunto – il libraio guardò per un attimo nella mano di Lorenzo, poi aggiunse – Bellissimo libro quello che ha in mano -
- Ah… si… – Lorenzo si sentì per un attimo come colto in flagranza di reato, come quando da bambino sua madre lo coglieva con le mani nel barattolo dei biscotti – si vero, devo fare un regalo, e pensavo che questo fosse un libro ideale -
- Si si ottima scelta. Vuole che glielo incarti? -
- No no grazie, preferisco pensarci ancora un attimo. Intanto faccio un altro giro – e così dicendo si alzò dalla poltrona. Il libraio tornò verso il bancone vicino alla porta, dove raggiunse l’unico commesso, intento ad aprire alcuni pacchetti di libri.
Lorenzo riprese a girare tra gli scaffali. In mano aveva Il Piccolo Principe di Saint-Exupery, un libro che lui da sempre aveva amato. Ricordava che da piccolo suo fratello più grande glielo leggeva quando stava male e non poteva andare a scuola. E lui rimaneva affascinato dal racconto di questo viaggio nello spazio, per mondi lontani che tutto sembravano fuorché fantascientifici. Aveva pensato che sarebbe stato effettivamente il giusto regalo per il fratello. Ma ancora doveva capire se sarebbe andato a fargli visita o meno. La telefonata di due sere prima gli era arrivata come se fosse una doccia gelata. E dal momento della telefonata aveva visto la scena con la mente. I poliziotti che venivano a prenderlo. Si era chiesto se anche in Italia ci fosse una qualche frase simile a quella dei telefilm “Ha il diritto di stare in silenzio…”.Forse no. Poi le manette ai polsi, la discesa per le scale e l’ingresso nell’automobile. La corsa per la città con le sirene che ululano, destinazione carcere. O forse no, prima in questura. Non sapeva di preciso in realtà come fossero andate le cose. Quella mattina, la prima cosa della quale si era preoccupato, era stato trovare un biglietto aereo per Milano.
Atterrato a Linate, aveva riacceso immediatamente il cellulare. Sperava di ricevere qualche ulteriore messaggio dal fratello, che tutto fosse finito a causa di un grossolano errore. uscito dall’aerostazione, sotto la pioggia, aveva però cambiato idea. Non si diresse subito verso il carcere, ma prese l’autobus che lo portò verso il centro. Poi, sceso a piedi, aveva iniziato a vagare per la città. La pioggia cadeva insistente all’inizio, ma poi, lentamente, era andata scemando. Era comunque riuscito a comprare un piccolo ombrellino da una giovanissima ragazza cinese, di quelle che spuntano come funghi ad ogni angolo non appena anche solo accennava ad una sola goccia d’acqua dal cielo. Aveva fatto colazione in un bar. Cappuccino e Cornetto. Odiava croissant e brioches surgelati e scaldati nei locali di tutta Italia, perché alla fine avavenao lo stesso sapore ovunque. Ma ormai era difficile trovare una pasticceria seria che facesse ancora una buona crema pasticcera. Per cui si era rassegnato anche quella mattina. Aveva scorto, sulla prima pagina del giornale portato sotto il braccio da un altro avventore, un pezzo dell’articolo sul “mostro”… Reagì con un espressione disgustata, ed abbandonò subito quel bar.
Aveva vagato ancora un po’, prima di entrare nella libreria, seguendo con lo sguardo quella ragazza dai capelli arruffati. Ma non gli era andato bene come approccio.
Scorse ancora diversi metri di scaffali di libri, passando in rassegna tutti i titoli delle copertine più vistose. In realtà, non gli piaceva molto leggere, anzi quasi per niente. Aveva sempre ritenuto che fosse come cercare di sognare qualcosa desiderato da altri. Certo, il fratello aveva provato da sempre a farlo leggere, e aveva cercato di fargli apprezzare la cultura leggendogli tanti romanzi e racconti durante l’infanzia. Ma non aveva funzionato un granché. Le librerie lo attraevano di rado, ed era entrato in questa solo perché “a caccia”. Ad un tratto gi suoi occhi si soffermarono sul titolo di un libro “uomini che odiano le donne”. Non ricordava se ne avesse sentito parlare o meno, ma il titolo comunque lo incuriosì. Gli sembrò, per un istante, che fosse semplicemente il riconoscimento di una verità costante, il fatto che gli uomini odino le donne. O meglio, le amano talvolta, a tratti, ma in realtà vorrebbero distruggerle. Perché, soprattutto se son belle e affascinanti, sono esseri sostanzialmente perfidi che mirano ad una sola cosa, controllare tutte le altre persone, spesso in modi abbietti.
Era tutto avvenuto quasi vent’anni prima. La mamma era morta da poco più di due anni. La sorella del padre, la zia Alice, si era trasferita in casa per accudire quei “due amorevoli nipoti”, come aveva sempre da dire in presenza di altre persone. Ma quando le porte della casa si chiudevano al mondo esterno, quella donna dal nome così rassicurante, si trasformava. I due fratelli, dovevano servirla in tutto e per tutto, pulire la casa, servirle da bere, cambiare il canale della vecchia televisione quando il programma che guardava non le piaceva più. Un giorno Lorenzo si era rifiutato di interrompere il suo gioco di costruzioni, e si era ritrovato una cicca di sigaretta pressata sul palmo della mano. Un dolore lancinante, che ancora ricordava anche a causa di una piccola cicatrice, proprio al centro dell’incavo del suo palmo. Il padre, quando tornava la sera a casa, era sempre stanco e svogliato. Non si parlava mai in quella casa la sera a cena, chiusi in quella tragica normalità da finta famiglia felice.
Lorenzo aveva 8 anni quando era morta la madre. Fabrizio 12. I due dormivano nella stessa stanza, in fondo all’appartamento ristrutturato all’ultimo piano di un’antica casa di ringhiera. Ancora non andavano molto di moda quelle case, considerate dai più come scomode e troppo plebee. Ma la mamma, fine architetto, vi aveva intravisto un’ottima soluzione abitativa, oltre che un appetibile investimento. Ma un cancro imprevisto le aveva tolto la possibilità di verificare le sue teorie. Se n’era andata in due mesi, come una mela che lentamente avvizzisce sul tavolo in cucina. I due andavano a letto presto, come gli aveva sempre insegnato la mamma. Spesso però, specie quando il padre era via per lavoro, la zia entrava in camera, e chiedeva a Fabrizio di uscire, di farle compagnia perché si sentiva sola.
Una di quelle notti, Lorenzo sentì Fabrizio tornare in camera. Era sicuramente molto tardi. Lo sentì singhiozzare, avvolto sotto le coperte. Nella penombra notturna, però vide distintamente le coperte che si muovevano al ritmo di quel pianto nascosto. Al mattino seguente, mentre andavano a scuola, Lorenzo gli chiese perché avesse pianto. Ma Fabrizio negò, e disse che forse si era trattato solo di un brutto sogno.
La notte seguente, erano passate da poco le nove e mezza, di nuovo la zia si presentò alla porta con la solita scusa. Fabrizio si alzò dal letto, si mise le pantofole e la vestaglia azzurra che gli aveva regalato la nonna, e che oramai gli era vistosamente troppo piccola, e la seguì. Lorenzo attese alcuni secondi, poi di soppiatto si alzò anche lui. Aprì la porta, e si diresse verso il soggiorno. Ma era vuoto, e le luci erano spente. L’unica luce filtrava dalla stanza degli ospiti, oramai eletta a stanza della zia. Sbirciò dalla sottile fessura che era rimasta aperta. Non si vedeva molto in realtà, solo la grande specchiera che si trovava di lato al letto. Che però in realtà mostrava gran parte di ciò che accadeva nella stanza. E lì vide la zia, nella sua lunga vestaglia di flanella, in piedi, di fronte a Fabrizio. Vide mentre lei gli toglieva il pigiama. Vide mentre lui si stringeva le mani al petto, forse infreddolito, forse imbarazzato. Lei che lasciava cadere l’ultimo indumento e si appoggiava con la schiena sul letto. Lui che le saliva sopra. Tutto sembrava una danza già fatta, ma che sembrava non avere nulla di naturale. Lorenzo non capiva cosa i due facessero sopra quel letto, ma a un certo punto notò l’espressione del fratello, nello specchio. Una tristezza infinita trasudava da quel viso di un bambino cresciuto troppo presto.
Più tardi, quando il fratello tornò a letto, lo stava aspettando. Gli disse semplicemente “ho visto tutto”. La reazione fu violenta, inaspettata. Il fratello gli piombò addosso come una bestia e lo scaraventò a terra. Iniziò a schiaffeggiarlo e a tiragli pugni sullo stomaco, come mai aveva fatto prima. Lorenzo non riuscì a reagire, e accettò quella violenza passivamente. ma durò poco. Ben presto tutta quella foga, tutta quell’energia, si sciolsero in un enorme pianto. Era tremendo vedere il fratello maggiore piangere così. Nessuno parlò più, fino al giorno dopo mentre andavano a scuola. Il problema andava eliminato. Al più presto.
Passò quasi un mese prima che si presentasse la giusta occasione. Era una sera fredda, d’inverno. Fuori c’era la neve. Il padre era fuori fino al mattino successivo. Finita la cena, Lorenzo chiese alla zia se i due potevano preparare un po’ di zabaione. Lei annuì con indifferenza – purché ne lasciate una scodella anche per me -. I due si misero subito ad armeggiare in cucina, con le uova, il latte, il piccolo pentolino blu. Lorenzo andò di soppiatto in camera da letto. Da sotto al materasso, estrasse l’arma che avrebbero usato quella sera. In poco più di un mese, era riuscito a recuperare 40 noccioline, comprandone piccole manciate al mercato o togliendole da qualche dolcetto che i compagni, mangiavano a scuola. Poi, piano piano le avevano sbriciolate, creando quasi una impalpabile farina. Tutto era nato dal ricordo di un racconto fatto dal padre alla madre poco più di un anno prima. La zia Alice era stata ricoverata in gravi condizioni, perché aveva ingerito una mezza nocciolina presente per caso in un tiramisù di un ristorante.
- Pensa, i medici hanno detto che sarebbe bastato 2-3 noccioline intere e lei sarebbe morta subito – aveva detto alla mamma. 40 noccioline, quindi, avrebbero sicuramente risolto il problema.
Il giorno dopo la storia che raccontarono al padre era che la zia si era comprata della crema in si sa quale posto, che forse la sua nota golosità l’aveva tradita. Si era messa davanti al televisore a mangiarla.
La sera prima di andare a letto volevano salutarla ma lei si era già addormentata sulla poltrona, ed aveva fatto cadere la coppetta di vetro ed il cucchiaino per terra. Così li avevano portati in cucina e lavati, prima di andare a letto. Quando poi al mattino avevano ritrovato la zia nella stessa posizione, con ancora la TV accesa, avevano capito che c’era qualcosa che non andava, così, dopo essersi vestiti, avevano chiamato il vicino di casa.
In chiesa, quella volta, per il secondo funerale dell’anno, i due si scambiarono occhiate compiaciute. Oltre che fratelli, ora, erano anche complici. E lo sarebbero rimasti per sempre.
***
(questo testo rappresenta una parte del progetto “se” in partecipazione al concorso NaNoWriMo 2009. Si tratta di una prima stesura non editata. Parole di questo capitolo: 2241)

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