Il fumo della sigaretta saliva lento verso il soffitto. In un angolo della stanza, opposto alla finestra, un piccolo ragno aveva tessuto la sua tela, ed ora attendeva paziente la sua prossima preda. Diego cercò di misurare con lo sguardo la distanza che separava il punto dove il fumo si disperdeva nell’aria irriconoscibile e l’angolo in cui quella piccola bestiola aveva costruito la sua trappola. Sarà stato un metro, non di più pensò. Aspirò un’ultima boccata dalla sigaretta prima di spegnerla nel pesante posacenere di cristallo appoggiato sul tavolino di fianco al divano. Un piccolo moscerino gli passò davanti agli occhi. Fece un gesto con la mano, come per allontanarlo. Poi pensò, strano, quello che a me da fastidio, per qualcun altro potrebbe essere il lauto pasto della giornata. Erano ormai quasi le due, e il suo stomaco cominciò a brontolare.
Un rumore sordo, come di una sorta di movimento magmatico segnò la definitiva presenza di un discreto appetito in quella stanza.
- Se vuoi c’è del prosciutto in frigo, e del pane nella dispensa – disse Stefi mentre rientrava nel soggiorno indossando un ampio accappatoio si spugna rossa. – E poi dovresti anche vestirti, sai che mia madre potrebbe rientrare -. In realtà sapeva bene che la madre non sarebbe proprio rientrata quel pomeriggio, impegnata dall’altra parte della città in uno dei suoi comitati di beneficenza. Però era tempo di riconquistare il suo spazio vitale.
Diego annuì, ma non la guardò. Cercava di rintracciare con lo sguardo il moscerino che aveva visto poco prima, gli parve di udirlo per un attimo, ma era troppo piccolo per poter essere visto dalla distanza. Desistette dal tentativo, e si alzò. Raccolse da terra i jeans, che aveva prima sfilato direttamente assieme ai boxer. Se li infilò, incespicando, prima una gamba e poi l’altra. Poi si diresse verso la cucina, sotto lo sguardo assente della ragazza che continuava a frizionare i capelli con un asciugamano dal colore indefinito. Nella dispensa era rimasto solo 3 fette di pane per toast, di quello integrale. Qualcuno non aveva chiuso bene la busta che li conteneva, così si erano un po’ rinsecchite. Dopo averle tastate tra il pollice e l’indice, decise che non facevano al caso suo. Aprì lo sportello sotto al lavabo e gettò tutto il pacco nel cestino dei rifiuti. Poi aprì il firgorifero, desolatamente vuoto. Un piccolo pacchetto bianco segnalava la presenza di un qualche affettato. Ne srotolò il contenuto sul piano da lavoro. Alcune fette di prosciutto avvizzite e dall’odore di rancido apparvero sotto al cellophane.
- ma qualcuno mangia mai in questa casa? – gridò in direzione della ragazza. ma non ricevette risposta.
Accartocciò tutto in una grande palla che raggiunse presto il pane tra i rifiuti. Poi tornò verso il soggiorno. Si rimise la t-shirt e la felpa, poi cercò con lo sguardo i calzini. Uno lo trovò subito, mentre ci mise qualche secondo per trovare il secondo, prima di notarne un’estremità penzolare da sotto ad uno dei cuscini del divano. Infine, mise su le scarpe, prese il giubbetto in pelle, si accertò vi fosse ancora il cellulare, e si avvicinò alla porta.
- Ciao Ste… io vado – disse con un tono di voce solo appena più alto del normale. Attese un attimo, poi vide Stefi che si affacciò dal bagno. Si stava evidentemente truccando.
- Ciao… ci sentiamo nei prossimi giorni, ok? -
- Se vuoi domani, penso di non andare a scuola. -
- No domani no, devo vedere quel ragazzo di cui ti ho parlato. Penso di riuscire a scucirgli 200 euro stavolta -
- Quale ragazzo? – chiese svogliatamente Diego, la testa ormai proiettata fuori dalla porta di quella casa.
- Quello che è venuto a parlarci dei corsi dell’Università, dai ti ho detto… il figlio del notaio… -
- Ah si certo – mentì spudoratamente Diego, mentre già apriva la porta – Allora buona giornata -
Se una risposta ci fu, rimase chiusa dietro quella porta, mentre il ragazzo già scendeva le scale. Un nuovo brontolio sordo gli rammentò la fame che si stava lentamente impossessando di lui.
Uscito dal palazzo, si diresse ad una piccola pizzeria al taglio nelle vicinanze. Al banco, scelse un trancio di pizza colo salamino piccante, e prese una birra. Notò alla vetrina il cartello dell’ultima campagna contro l’acol tra i giovani, e si chiese come mai non gli fosse mai capitato che qualcuno gli chiedesse l’età in un posto così. Divorò la pizza in pochi secondi, e benché reputasse la salsa di pomodoro troppo acida, ne ordinò un’altra fetta, stavolta con le verdure. Seduto sul banchetto di fronte alla vetrina, si mise ad osservare il via vai di passanti per la strada. Due giovani cinesi entrarono nella pizzeria ed ordinarono alcuni tranci da portar via. Era strano il loro modo di parlare, il loro accento dal quale non si riusciva neanche completamente a capire se fossero felici o meno. Quei visi a prima vista tutti eguali, avevano invaso la città. Nella classe di Diego c’erano 6 ragazze di origine cinese. Ma lui le frequentava poco, creavano un circolo chiuso, in cui la lingua era un ostacolo insormontabile. C’era stato un ragazzo invece, i primi due anni delle superiori, che si faceva chiamare Sam. Per le prime settimane Diego lo aveva assimilato alle ragazze, ma poi aveva notato che non si integrava nel gruppo, ed anzi rimaneva in disparte. Così un giorno, durante la pausa, gli si avvicinò offrendogli una sigaretta. Sam non fumava, ma fu abbastanza per rompere il ghiaccio. Così scoprì che Sam non era cinese, ma Coreano, che suo padre era un diplomatico. Fecero amicizia subito e si frequentarono parecchio. Purtroppo però dopo soli due anni partì assieme a tutta la famiglia. Non rimaneva mai più di due anni nello stesso posto.
Diego prese un’altra lattina di birra dal frigo posto di fianco all’ingresso, e la bevve quasi d’un fiato. Intanto la pizzeria si era svuotata, ormai il pomeriggio aveva iniziato a srotolarsi verso la fine dell’orario lavorativo, in quella città che di rado si fermava, quei pochi minuti sembravano essere l’unico minuto di tranquillità concesso a tutti. Svogliatamente raccolse il giornale che era stato appoggiato sullo sgabello di fianco da quando era entrato, e iniziò a sfogliarlo. Nulla sembrò però attrarlo particolarmente. Tranne un nuovo articolo sul Mostro della Scuola, che sembrava promettere qualche succoso particolare raccapricciante, ma che in realtà era solo infarcito della solita noiosa cronaca giudiziaria.
Per un attimo ripensò a Stefi. Non era geloso del fatto che se la facesse con tanti uomini. Del resto non c’era neanche una vera relazione tra lui e quella ragazza, e capiva benissimo che a lai il sesso piacesse. Quindi, non sis entiva di giudicarla per il fatto che riuscisse a fare qualcosa che le piaceva, e riuscisse pure a guadagnarci. Per un attimo aveva cercato di capire che cosa quella ragazza facesse a letto con quegli altri ragazzi, ma poi aveva preferito mettere in atto qualche fantasia con lei. Quello che l’aveva sorpreso, erano stati certi discorsi fatti con la ragazza.
- Ma non hai paura che ti maltrattino? O ti facciano del male? – le aveva chiesto
- Ma no figurati. Innanzitutto, scelgo bene, evito accuratamente sfigati e gente con tic strani -
- Ok… ma se fosse? -
- Bè, poi sto bene attenta che siano maggiorenni, o almeno che abbiano 16-17 anni. Così se qualcosa va storto o sento che sta per andare storto, minaccio di denunciarli -
- Ma dai non puoi farlo… -
- Cazzo se posso! Vuoi vedere in quanti nanosecondi gli distruggo la vita a quelle persone? -
- Cioè? -
- Bè caro, ti ricordo che sono m-i-n-o-r-e-n-n-e… e poi basta dire qualche parola tipo “pedofilo”, e penso che a quello non se lo filerà mai più nessuno! -
Lo sguardo di lei si era illuminato di una luce sinistra. Diego non temeva certo per se, la loro era una relazione atipica in quel contesto, ma provò ad immaginarsi le ripercussioni sulla vita di un uomo qualunque… ecco magari come quel professore di ginnastica del quale si parlava sul giornale.
Con la coda dell’occhio, notò una persona che stava attraversando la strada proprio di fronte alla vetrina della pizzeria. Si affacciò alla porta del locale, e urlò “Jack!”
Il giovane si guardò attorno, mentre cercava l’origine di quell’urlo. Poi noto Diego affacciato alla vetrina della pizzeria. Con la mano gli fece un cenno, e si avvicinò.
- Ciao Asso! Come butta? -
- Bene grazie – rispose Diego – aspetta un attimo che pago, e andiamo a berci un caffè, ok? -
- Yesss – disse l’altro, facendo sibilare la esse tra i denti. Era un ragazzo di qualche anno più grande di Diego, magrolino, portava i capelli con grosso ciuffo proiettato sul davanti, aveva un paio di occhiali da “nerd”, di quelli con la spessa montatura nera. E neri erano anche la maggior parte dei suoi indumenti, compresa una lunga giacca in pelle che lo avrebbe potuto far assomigliare ad uno dei personaggi di matrix, non fosse stato per il fisico assolutamente inesistente. Proprio l’abbigliamento nero faceva risaltare ancora di più la sua magrezza.
Diego nel mentre aveva pagato, ed era uscito dal locale. Diede una pacca sulla spalla dell’amico, e i due si diressero verso il vicino bar.
- Allora, come stai? – chiese
- Dai non mi lamento. Ho appena fatto alcune consegne, e ora stavo andando a casa a riposarmi -
Giacomo, o semplicemente “Jack” per gli amici, era il “pusher” ufficiale di Diego. Gli procurava sempre le migliori canne della città. I due si conoscevano da tempo, da quando cioè le rispettive madri frequentavano in un corso di cucina e parcheggiavano i figli dalla stessa babysitter. Diego, Elena e Jack formavano un trio che avrebbe fatto disperare qualsiasi Tata! Adesso non si vedevano più tanto spesso, più che altro perché abitavano ai due lati estremi della città. Inoltre crescendo avevano sviluppato gusti molto differenti, talvolta incompatibili, sia relativamente alla musica che ad altre attività. Ma non si erano mai persi di vista completamente, e Jack era sempre lieto di rifornire l’amico di roba buona al momento opportuno. In realtà come pusher era un po’ strano, nel senso che si vantava del suo commercio di “roba leggera”, ma se gli si parlava di coca o altre cose “pesanti”, assumeva i tratti del peggior proibizionista d’Italia.
I due entrarono al bar e si sedettero ad un tavolino interno, tranquillo. Iniziarono a chiacchierare del più e del meno, mentre una giovane cameriera troppo svestita e con un italiano claudicante, gli portò due caffè e due amari.
- Sai mi spiace un casino non essere riuscito a venire al funerale di tua sorella – disse Giacomo, poco dopo che i due avevano brindato.
Diego svuotò d’un fiato il liquore. Poi rispose.
- Non ti preoccupare. Ho ricevuto il biglietto. Ed il contenuto che c’era dentro è stato di grande aiuto. -
Giacomo aveva inviato un biglietto di condoglianze in una busta gialla di quelle imbottite. Nascoste nello strato dell’imbottitura della busta, c’erano 4 canne già rolalte e pronte all’uso, che Diego aveva sfruttato nei giorni bui del dolore e della disperazione seguite all’incidente.
- Era la qualità migliore – aggiunse Jack
- Come sempre! -
- Sai, qualche giorno fa ho sentito una persona che parlava dell’incidente -
- E chi era? – chiese Diego, quasi allarmato dalla situazione. Il suo senso di colpa per quanto accaduto, gli faceva temere che potesse emergere un qualche testimone in grado di accusarlo di negligenza o addirittura di omicidio colposo epr quel fatto. Aveva sempre un gran terrore che qualcuno riuscisse a ricomporre le tessere del mosaico allo stesso modo nel quale si erano formate nella sua testa colpevole.
- Ma ero a casa di un tipo, un grosso papavero credo, davvero una bella casa. Stavo facendo una consegna. E con lui c’era un ragazzo che ne parlava.
- E cosa diceva?
- Ma in realtà non ha raccontato molto dell’incidente, ma solo del trasporto in ambulanza, e di quello che diceva Elena… -
Diego si alzò in piedi di scatto, muovendo il tavolino e rovesciando il bicchiere, fortunatamente vuoto, dal quale aveva bevuto. Coi due pugni sul tavolino, si avvicinò al ragazzo e disse
- Quello che diceva Elena? Ma non è possibile! Era già morta! -
- Non ha quanto diceva… pare che in ambulanza abbia ancora detto qualcosa … ma -
- Cosa? ma chi era questa persona. Dimmi come si chiama! -
Il cervello di Diego si accese di un turbinio di emozioni e di pensieri che si rincorrevano l’uno con l’altro. La memoria lo riportò a quella sera, un flash dopo l’altro. L’ambulanza sulla quale caricavano la sorella. Il poliziotto che gli chiedeva alcune cose. La seconda ambulanza sulla quale caricarono lui, per gli accertamenti del caso, dissero. La corsa per la città, quella sirena assordante. Poi la visita, le luci, i camici. Il vagabondare per l’ospedale. I genitori. La notizia nei loro volti. Era morta. Gli avevano detto che era morta sul colpo, che il trasporto in ospedale era stato inutile. Si chiese se i genitori sapessero che forse in realtà non era andata proprio così, che forse aveva detto qualcosa. Forse aveva scaricato la colpa dell’accaduto su di lui? O forse aveva solo raccontato qualcos’altro, forse chiamava aiuto, o parlava a vanvera.
- Credo… si anzi ne sono sicuro. Il tipo si chiamava Maicol. – aggiunse Jack – Lo ricordo perché mi aveva incuriosito il fatto che mi ha detto “scritto come si pronuncia”.-
Ma ormai Diego non stava più ascoltando. La sua mente vagava alla ricerca di un appoggio, di un momento di tranquillità. C’era ora un qualcosa per cui lottare, un qualcosa da trovare. Doveva sapere cosa questo Maicol aveva sentito, cosa Elena aveva detto quella notte. Doveva saperlo.
***
(questo testo rappresenta una parte del progetto “se” in partecipazione al concorso NaNoWriMo 2009. Si tratta di una prima stesura non editata. Parole di questo capitolo: 2266)

- Se vuoi c’è del prosciutto in frigo, e del pane nella dispensa – disse Stefi mentre rientrava nel soggiorno indossando un ampio accappatoio si spugna rossa. – E poi dovresti anche vestirti, sai che mia madre potrebbe rientrare -. In realtà sapeva bene che la madre non sarebbe proprio rientrata quel pomeriggio, impegnata dall’altra parte della città in uno dei suoi comitati di beneficenza. Però era tempo di riconquistare il suo spazio vitale.
Diego annuì, ma non la guardò. Cercava di rintracciare con lo sguardo il moscerino che aveva visto poco prima, gli parve di udirlo per un attimo, ma era troppo piccolo per poter essere visto dalla distanza. Desistette dal tentativo, e si alzò. Raccolse da terra i jeans, che aveva prima sfilato direttamente assieme ai boxer. Se li infilò, incespicando, prima una gamba e poi l’altra. Poi si diresse verso la cucina, sotto lo sguardo assente della ragazza che continuava a frizionare i capelli con un asciugamano dal colore indefinito. Nella dispensa era rimasto solo 3 fette di pane per toast, di quello integrale. Qualcuno non aveva chiuso bene la busta che li conteneva, così si erano un po’ rinsecchite. Dopo averle tastate tra il pollice e l’indice, decise che non facevano al caso suo. Aprì lo sportello sotto al lavabo e gettò tutto il pacco nel cestino dei rifiuti. Poi aprì il firgorifero, desolatamente vuoto. Un piccolo pacchetto bianco segnalava la presenza di un qualche affettato. Ne srotolò il contenuto sul piano da lavoro. Alcune fette di prosciutto avvizzite e dall’odore di rancido apparvero sotto al cellophane.
- ma qualcuno mangia mai in questa casa? – gridò in direzione della ragazza. ma non ricevette risposta.
Accartocciò tutto in una grande palla che raggiunse presto il pane tra i rifiuti. Poi tornò verso il soggiorno. Si rimise la t-shirt e la felpa, poi cercò con lo sguardo i calzini. Uno lo trovò subito, mentre ci mise qualche secondo per trovare il secondo, prima di notarne un’estremità penzolare da sotto ad uno dei cuscini del divano. Infine, mise su le scarpe, prese il giubbetto in pelle, si accertò vi fosse ancora il cellulare, e si avvicinò alla porta.
- Ciao Ste… io vado – disse con un tono di voce solo appena più alto del normale. Attese un attimo, poi vide Stefi che si affacciò dal bagno. Si stava evidentemente truccando.
- Ciao… ci sentiamo nei prossimi giorni, ok? -
- Se vuoi domani, penso di non andare a scuola. -
- No domani no, devo vedere quel ragazzo di cui ti ho parlato. Penso di riuscire a scucirgli 200 euro stavolta -
- Quale ragazzo? – chiese svogliatamente Diego, la testa ormai proiettata fuori dalla porta di quella casa.
- Quello che è venuto a parlarci dei corsi dell’Università, dai ti ho detto… il figlio del notaio… -
- Ah si certo – mentì spudoratamente Diego, mentre già apriva la porta – Allora buona giornata -
Se una risposta ci fu, rimase chiusa dietro quella porta, mentre il ragazzo già scendeva le scale. Un nuovo brontolio sordo gli rammentò la fame che si stava lentamente impossessando di lui.
Uscito dal palazzo, si diresse ad una piccola pizzeria al taglio nelle vicinanze. Al banco, scelse un trancio di pizza colo salamino piccante, e prese una birra. Notò alla vetrina il cartello dell’ultima campagna contro l’acol tra i giovani, e si chiese come mai non gli fosse mai capitato che qualcuno gli chiedesse l’età in un posto così. Divorò la pizza in pochi secondi, e benché reputasse la salsa di pomodoro troppo acida, ne ordinò un’altra fetta, stavolta con le verdure. Seduto sul banchetto di fronte alla vetrina, si mise ad osservare il via vai di passanti per la strada. Due giovani cinesi entrarono nella pizzeria ed ordinarono alcuni tranci da portar via. Era strano il loro modo di parlare, il loro accento dal quale non si riusciva neanche completamente a capire se fossero felici o meno. Quei visi a prima vista tutti eguali, avevano invaso la città. Nella classe di Diego c’erano 6 ragazze di origine cinese. Ma lui le frequentava poco, creavano un circolo chiuso, in cui la lingua era un ostacolo insormontabile. C’era stato un ragazzo invece, i primi due anni delle superiori, che si faceva chiamare Sam. Per le prime settimane Diego lo aveva assimilato alle ragazze, ma poi aveva notato che non si integrava nel gruppo, ed anzi rimaneva in disparte. Così un giorno, durante la pausa, gli si avvicinò offrendogli una sigaretta. Sam non fumava, ma fu abbastanza per rompere il ghiaccio. Così scoprì che Sam non era cinese, ma Coreano, che suo padre era un diplomatico. Fecero amicizia subito e si frequentarono parecchio. Purtroppo però dopo soli due anni partì assieme a tutta la famiglia. Non rimaneva mai più di due anni nello stesso posto.
Diego prese un’altra lattina di birra dal frigo posto di fianco all’ingresso, e la bevve quasi d’un fiato. Intanto la pizzeria si era svuotata, ormai il pomeriggio aveva iniziato a srotolarsi verso la fine dell’orario lavorativo, in quella città che di rado si fermava, quei pochi minuti sembravano essere l’unico minuto di tranquillità concesso a tutti. Svogliatamente raccolse il giornale che era stato appoggiato sullo sgabello di fianco da quando era entrato, e iniziò a sfogliarlo. Nulla sembrò però attrarlo particolarmente. Tranne un nuovo articolo sul Mostro della Scuola, che sembrava promettere qualche succoso particolare raccapricciante, ma che in realtà era solo infarcito della solita noiosa cronaca giudiziaria.
Per un attimo ripensò a Stefi. Non era geloso del fatto che se la facesse con tanti uomini. Del resto non c’era neanche una vera relazione tra lui e quella ragazza, e capiva benissimo che a lai il sesso piacesse. Quindi, non sis entiva di giudicarla per il fatto che riuscisse a fare qualcosa che le piaceva, e riuscisse pure a guadagnarci. Per un attimo aveva cercato di capire che cosa quella ragazza facesse a letto con quegli altri ragazzi, ma poi aveva preferito mettere in atto qualche fantasia con lei. Quello che l’aveva sorpreso, erano stati certi discorsi fatti con la ragazza.
- Ma non hai paura che ti maltrattino? O ti facciano del male? – le aveva chiesto
- Ma no figurati. Innanzitutto, scelgo bene, evito accuratamente sfigati e gente con tic strani -
- Ok… ma se fosse? -
- Bè, poi sto bene attenta che siano maggiorenni, o almeno che abbiano 16-17 anni. Così se qualcosa va storto o sento che sta per andare storto, minaccio di denunciarli -
- Ma dai non puoi farlo… -
- Cazzo se posso! Vuoi vedere in quanti nanosecondi gli distruggo la vita a quelle persone? -
- Cioè? -
- Bè caro, ti ricordo che sono m-i-n-o-r-e-n-n-e… e poi basta dire qualche parola tipo “pedofilo”, e penso che a quello non se lo filerà mai più nessuno! -
Lo sguardo di lei si era illuminato di una luce sinistra. Diego non temeva certo per se, la loro era una relazione atipica in quel contesto, ma provò ad immaginarsi le ripercussioni sulla vita di un uomo qualunque… ecco magari come quel professore di ginnastica del quale si parlava sul giornale.
Con la coda dell’occhio, notò una persona che stava attraversando la strada proprio di fronte alla vetrina della pizzeria. Si affacciò alla porta del locale, e urlò “Jack!”
Il giovane si guardò attorno, mentre cercava l’origine di quell’urlo. Poi noto Diego affacciato alla vetrina della pizzeria. Con la mano gli fece un cenno, e si avvicinò.
- Ciao Asso! Come butta? -
- Bene grazie – rispose Diego – aspetta un attimo che pago, e andiamo a berci un caffè, ok? -
- Yesss – disse l’altro, facendo sibilare la esse tra i denti. Era un ragazzo di qualche anno più grande di Diego, magrolino, portava i capelli con grosso ciuffo proiettato sul davanti, aveva un paio di occhiali da “nerd”, di quelli con la spessa montatura nera. E neri erano anche la maggior parte dei suoi indumenti, compresa una lunga giacca in pelle che lo avrebbe potuto far assomigliare ad uno dei personaggi di matrix, non fosse stato per il fisico assolutamente inesistente. Proprio l’abbigliamento nero faceva risaltare ancora di più la sua magrezza.
Diego nel mentre aveva pagato, ed era uscito dal locale. Diede una pacca sulla spalla dell’amico, e i due si diressero verso il vicino bar.
- Allora, come stai? – chiese
- Dai non mi lamento. Ho appena fatto alcune consegne, e ora stavo andando a casa a riposarmi -
Giacomo, o semplicemente “Jack” per gli amici, era il “pusher” ufficiale di Diego. Gli procurava sempre le migliori canne della città. I due si conoscevano da tempo, da quando cioè le rispettive madri frequentavano in un corso di cucina e parcheggiavano i figli dalla stessa babysitter. Diego, Elena e Jack formavano un trio che avrebbe fatto disperare qualsiasi Tata! Adesso non si vedevano più tanto spesso, più che altro perché abitavano ai due lati estremi della città. Inoltre crescendo avevano sviluppato gusti molto differenti, talvolta incompatibili, sia relativamente alla musica che ad altre attività. Ma non si erano mai persi di vista completamente, e Jack era sempre lieto di rifornire l’amico di roba buona al momento opportuno. In realtà come pusher era un po’ strano, nel senso che si vantava del suo commercio di “roba leggera”, ma se gli si parlava di coca o altre cose “pesanti”, assumeva i tratti del peggior proibizionista d’Italia.
I due entrarono al bar e si sedettero ad un tavolino interno, tranquillo. Iniziarono a chiacchierare del più e del meno, mentre una giovane cameriera troppo svestita e con un italiano claudicante, gli portò due caffè e due amari.
- Sai mi spiace un casino non essere riuscito a venire al funerale di tua sorella – disse Giacomo, poco dopo che i due avevano brindato.
Diego svuotò d’un fiato il liquore. Poi rispose.
- Non ti preoccupare. Ho ricevuto il biglietto. Ed il contenuto che c’era dentro è stato di grande aiuto. -
Giacomo aveva inviato un biglietto di condoglianze in una busta gialla di quelle imbottite. Nascoste nello strato dell’imbottitura della busta, c’erano 4 canne già rolalte e pronte all’uso, che Diego aveva sfruttato nei giorni bui del dolore e della disperazione seguite all’incidente.
- Era la qualità migliore – aggiunse Jack
- Come sempre! -
- Sai, qualche giorno fa ho sentito una persona che parlava dell’incidente -
- E chi era? – chiese Diego, quasi allarmato dalla situazione. Il suo senso di colpa per quanto accaduto, gli faceva temere che potesse emergere un qualche testimone in grado di accusarlo di negligenza o addirittura di omicidio colposo epr quel fatto. Aveva sempre un gran terrore che qualcuno riuscisse a ricomporre le tessere del mosaico allo stesso modo nel quale si erano formate nella sua testa colpevole.
- Ma ero a casa di un tipo, un grosso papavero credo, davvero una bella casa. Stavo facendo una consegna. E con lui c’era un ragazzo che ne parlava.
- E cosa diceva?
- Ma in realtà non ha raccontato molto dell’incidente, ma solo del trasporto in ambulanza, e di quello che diceva Elena… -
Diego si alzò in piedi di scatto, muovendo il tavolino e rovesciando il bicchiere, fortunatamente vuoto, dal quale aveva bevuto. Coi due pugni sul tavolino, si avvicinò al ragazzo e disse
- Quello che diceva Elena? Ma non è possibile! Era già morta! -
- Non ha quanto diceva… pare che in ambulanza abbia ancora detto qualcosa … ma -
- Cosa? ma chi era questa persona. Dimmi come si chiama! -
Il cervello di Diego si accese di un turbinio di emozioni e di pensieri che si rincorrevano l’uno con l’altro. La memoria lo riportò a quella sera, un flash dopo l’altro. L’ambulanza sulla quale caricavano la sorella. Il poliziotto che gli chiedeva alcune cose. La seconda ambulanza sulla quale caricarono lui, per gli accertamenti del caso, dissero. La corsa per la città, quella sirena assordante. Poi la visita, le luci, i camici. Il vagabondare per l’ospedale. I genitori. La notizia nei loro volti. Era morta. Gli avevano detto che era morta sul colpo, che il trasporto in ospedale era stato inutile. Si chiese se i genitori sapessero che forse in realtà non era andata proprio così, che forse aveva detto qualcosa. Forse aveva scaricato la colpa dell’accaduto su di lui? O forse aveva solo raccontato qualcos’altro, forse chiamava aiuto, o parlava a vanvera.
- Credo… si anzi ne sono sicuro. Il tipo si chiamava Maicol. – aggiunse Jack – Lo ricordo perché mi aveva incuriosito il fatto che mi ha detto “scritto come si pronuncia”.-
Ma ormai Diego non stava più ascoltando. La sua mente vagava alla ricerca di un appoggio, di un momento di tranquillità. C’era ora un qualcosa per cui lottare, un qualcosa da trovare. Doveva sapere cosa questo Maicol aveva sentito, cosa Elena aveva detto quella notte. Doveva saperlo.
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