Erano da poco passate le 2 quando Clelia arrivò davanti alla porta di casa. Inserì la chiave nella toppa e girò. Sentì la resistenza del meccanismo, e tirò un sospiro di sollievo. Nessuna delle due coinquiline con le quali condivideva quel piccolo appartamento da studenti,e ra in casa. Ottima cosa. Aveva bisogno di pace e tranquillità. Entrò in casa, e si chiuse la porta dietro le spalle. Dentro un odore acre, un misto di tabacco, incenso da quattro soldi, hashish e odori vari di cucina. Con lo sguardo osservò un attimo le porte sbarrate delle altre due stanze, quasi per accertarsi che effettivamente fosse sola. Nessun rumore filtrava, così, entrò nella sua stanza. Scavalcò alcune pile di libri che ingombravano il pavimento, e con un certo sforzo raggiunse la finestra che aprì. Non che l’aria della città fosse esageratamente più salubre di quella che si respirava nella casa, ma almeno le dava l’impressione di essere differente. Une ventata di odori della città rifluì nella stanza, e sembrò per un attimo attendere prima di mescolarsi con la pesante aria dell’interno. La stanza era piuttosto piccola: un letto sfatto e coperto di vestiti, un armadio che denunciava la sua economicità appoggiandosi di lato al muro con le due ante appoggiate una sull’altra, una scrivania ingombra di carte in mezzo alle quali spuntava lo schermo di un computer portatile. Sul muro, tre segni orizzontali di colore diverso dall’uniforme grigio della parete, segnalavano la presenza di tre mensole, miseramente cadute al suolo con il loro carico di libri la settimana prima. Come in una specie di domino, la mensola più in alto aveva ceduto, trascinando con se tutto il resto. Tutto accaduto di notte, con Clelia quasi morta dallo spavento, prima per il frastuono dei libri che accasciavano al suolo, poi per il bussare frenetico delle due coinquiline, Marta e Serena. Passò il resto della notte a raccogliere i libri, alcuni dei quali, purtroppo, ridotti a brandelli. Si divertì non poco ad osservare, però, che un solo grosso volume resisteva su un piccolo moncherino di legno rimasto attaccato all’unico tassello integro. Era la “Fenomenologia dello Spirito” di Hegel. Quando si dice “i pilastri del sapere”.
Le due ragazze avevano provato a darle una mano, ma Clelia aveva gentilmente rifiutato, suggerendo che tornassero a letto. Serena disse che era chiaro che quelle mensole non avrebbero mai potuto reggere un peso simile. Ma Clelia non rispose. Non sopportava quella comunione di vita obbligatoria, a cui era costretta da una madre ricca che riteneva che la figlia “dovesse sperimentare la vita vera” durante gli anni dell’università, e per questo motivo le aveva assegnato una cifra mensile di 800 euro. Risibili per una città come Milano. Ben presto Clelia aveva compreso il ragionamento… si vivi pure la tua vita, ma non riuscirai a staccarti da me. E difatti era spesso costretta ad andare a casa nei weekend, almeno per mangiare qualche pasto decente. Comunque, nell’ultimo anno era riuscita a darsi da fare, riuscendo a guadagnare qualcosa scrivendo tesine per le povere matricole della laurea breve che erano state troppo assenti ai corsi di italiano ed erano pertanto impossibilitate a scrivere le 20 paginette richieste. Per una cifra che andava tra i 100 e i 200 euro, poteva in un pomeriggio diventare esperta di Storia della Valcamonica, di Arte Rupestre della Valtellina, di Storia dell’Abbazia di Chiaravalle, anche nota come ciribiciaccola e così via. Non provava alcun ribrezzo morale per questa attività che le permetteva di riuscire a non dover più chiedere ulteriori soldi alla madre, una procedura sempre difficile, contornata com’era dalle mille esclamazioni del tipo “sapevo che non ce l’avresti fatta”. Inoltre le permetteva di poter portare a termine le sue frequenti incursioni in libreria, completandole con qualche acquisto. Ma era ben attenta a non scialare, anzi era soddisfatta del fatto di essere riuscita a mettersi da parte quasi 11.000 euro in soli tre anni. Oltre che la ghostwriter di tesine, come lei amava definirsi, nel tempo aveva anche fatto altri lavori: volontaria alla Festa dell’Unità, copywriter per una piccola agenzia pubblicitaria con la quale aveva lavorato saltuariamente (lavoro interrotto a causa di una piccola divergenza di opinioni col proprietario), ripetizioni di filosofia e storia per qualche ragazzo analfabeta di famiglia ricca, receptionist in una palestra (ma anche qui durò poco, il proprietario la cacciò a causa della sua abitudine a vestirsi in maniera poco “femminile”).
Si tolse il grande maglione grigio, e per un attimo, sudata, girò a seno nudo per la stanza. Cercò nella massa di vestiti informe che presidiava il suo letto una t-shirt, ma non la trovò. Uscì allora nel piccolo corridoio, e entrò in bagno. La casa era piuttosto brutta, ma aveva almeno la comodità di avere tre piccoli bagni, tutti dotati di una doccia. In quello attiguo alla sua stanza, c’era una vasca da bagno che al momento ospitava uno stenditoio carico di biancheria. Scelse una t shirt e la indossò, incurante del fatto che fosse alla rovescia. Poi prese un elastico per i cappelli rivoltosi che aveva in testa, che legò a formare una specie di coda mal riuscita. Si lavò brevemente il viso, che lasciò umido mentre si asciugò solo le mani. Poi andò in cucina. Dal frigorifero, che ballava un po’ a causa del pavimento sconnesso, prese una bottiglia d’acqua e riempì un bicchiere. La comodità di condividere casa con due studentesse di ingegneria era comunque quella di trovare sempre tutto in ordine. Eccessivamente in ordine. Solo dopo un po’ si accorso del biglietto sul tavolo.
- Ciao Tetta - dio non sopportava quando la chiamavano così, figurarsi a trovarlo scritto – io e la Sere siamo partite per il convegno di Madrid. Alla fine non avendo trovato un buon volo, abbiamo deciso di partire in macchina. Ci rivediamo lunedì prossimo. Firmato Marta.
Nons apeva se essere lieta della prospettiva di un’intera settimana da sola, oppure no. La sua relazione con quelle due ragazze era assolutamente instabile. Si erano conosciute 4 anni prima, proprio mentre cercavano casa. Era un lunedì mattino presto, e tutte e tre avevano trovato l’annuncio di quell’appartamento su una rivista di annunci. Trovar casa è difficile, riuscirvi senza un’agenzia (e i relativi costi) è quasi una missione impossibile. Il proprietario, un vecchio signore arcigno, aveva dato appuntamento a sei persone alla stessa ora, probabilmente convinto di riuscire a concludere meglio senza dover fare trattative sul prezzo. Oltre a loro tre, si presentarono tre ragazzi alquanto anonimi. Ma fu chiaro da subito che il padrone avesse una preferenza per le ragazze, sottolineata subito da una “casuale” pacca sul sedere a Serena. Che effettivamente, delle tre, era la più carina. Marta e Serena si conoscevano già, si erano viste agli esami di ammissione di ingegneria. Marta era di Pescara, Serena veniva dalla provincia di Padova. Entrambe avevano il sogno di diventare designer, ed avevano deciso quindi di progettare la loro vita di conseguenza. Clelia fu perplessa del loro modo di pensare e ragionare, del loro aver già pianificato tutto nei minimi dettagli, fino addirittura all’argomento della tesi di laurea, già prima dell’inizio dell’università. Però quella casa le serviva, ed il prezzo era interessante, 1200 euro in tre significavano 400 euro a testa.
I primi giorni in casa furono un’esperienza positiva per tutte. Tre giorni interi furono dedicati a pulizie approfondite in ogni angolo della casa, che tre casalinghe disperate non sarebbero riuscite a far meglio. Scoprirono di condividere gusti musicali e cinematografici, oltre ad essere tutte e tre amanti della poesia. Ma poi, nei giorni successivi, iniziarono ad arrivare gli uomini. Che, agli occhi di Clelia, rovinarono quell’idilliaco quadretto di convivenza. Ogni tentativo di trasformare quel terzetto in un gruppo di amiche alla Sex in the City perì miseramente, e piano piano le tre ragazze finirono per condividere gli stessi spazi, ma non la stessa vita: mangiavano separate, si scambiavano il regalo per Natale lasciandosi un piccolo pacchetto dozzinale davanti alla porta, gran parte della loro vita era fatta fuori di casa, al massimo ci si incontrava la mattina a colazione dove regnavano grandi silenzi, ormai neanche più imbarazzati. E Clelia nel tempo aveva imparato ad isolarsi anche dalle ultime situazioni che le potevano dare fastidio. Così, quando veniva comparire un uomo in quella casa, specie di sera, si rintanava in camera ed indossate un paio di grandi cuffie nere con cui ascoltava musica. Eppure spesso immaginava comunque di sentire il tremore delle pareti causate dai movimenti della passione in una delle stanze vicine.
Ripose il bicchiere vuoto nel lavandino, e tornò verso la stanza. Si mise a sede sulla piccola seggiola che usava davanti alla scrivania quando studiava. Liberò la tastiera dalle carte ed accese il computer. Pochi click, ed avviò il programma di posta elettronica. Osservò distrattamente mentre la schermata si riempiva di nuovi messaggi in neretto. Scorse con lo sguardo quanto veniva scaricato. Molte erano newsletter alle quali si era abbonata, ma che non avrebbe mai avuto il tempo (o la voglia) di leggere. Aprì il primo messaggio che le sembrava degno di nota. Era una studentessa del terzo anno di storia che voleva una tesina sulla storia dei Savoia. Argomento noioso pensò, ma offriva 250 euro perché era urgente. Premette “reply” e scrisse un brevissimo messaggio. “Ok. Vediamoci domattina alle dieci all’ingresso della biblioteca principale, così mi dai maggiori dettagli. E 50 euro di anticipo. C. “. Altre tre email contenevano ringraziamenti per al qualità dei precedenti elaborati. Una invece, da parte di un ragazzo che aveva fatto una tesina sull’epoca del Caravaggio, conteneva una serie di insulti relativi al fatto che, probabilmente, non ottenne il voto che riteneva di meritare. Clelia cancellò immediatamente l’email e passò ai messaggi successivi. La divertiva leggere i titoli dei tanti messaggi di spam che comunque le arrivavano. Talvolta si soffermava anche a leggere i testi, specie di quelli contenenti la promessa di una chissà quale ricca personalità di qualche paesino dell’Africa Nera, di autorizzare subito il versamento di una cifra con troppi zeri sul vostro conto corrente. Eppure alla fine era questo, lo spam non faceva che indirizzarsi agli appetiti più di base degli uomini: sesso e denaro. Una piccola statistica mentale le suggeriva che i messaggi più diffusi riguardavano l’ampliamento delle dimensioni del pene, la vendita di pillole per l’erezione, i consigli su come durare di più, le promesse di soldi, le ricette su come diventare ricchi. Solo una volta le sembrò di aver letto qualcosa rivolto specificamente ad un pubblico femminile. Selezionò tutti i messaggi indesiderati, e li trascinò fin sopra l’icona del cestino. Scorse un’ultima volta la lista delle email. Due ultimi messaggi apparvero, assieme al gong che segnalava che il programma aveva finito di scaricare la posta. Non le parve di riconoscere nessuno dei due indirizzi, ed entrambi avevano lo stesso soggetto: “ciao”.
Aprì il primo.
Scusa per stamattina. Non volevo essere invadente.
Scusa soprattutto per la mia ultima reazione.
Il tuo piccolo Freud.
G.
Non capì subito chi fosse, poi si ricordò l’episodio della mattina, di Giorgio, e del suo maldestro tentativo di parlale. Quella mattina erano stati ben due attacchi respinti da parte del genere maschile, non pochi, ma era riuscita a difendersi. Stava cancellando l’email quando si fermò un attimo a pensare. Del resto, aveva avuto coraggio a scrivere, e soprattutto a chiedere scusa. Non è da tutti, soprattutto non da tutti gli uomini. Decise così di rispondere.
Scuse accettare piccolo Freud.
Addio
C.
Le sembrò potesse essere abbastanza tranchant da evitare ulteriori successivi approcci, ma comunque un riconoscimento del passo fatto.
Passò poi al secondo messaggio:
è stata una settimana lunga senza sentirti e vederti. Sei così lontana, eppure vorrei sentirti così vicina. Poter stare con te anche solo quelle poche ore, è stata una delle esperienze più belle della mia vita.
E oggi, non riesco a resistere alla promessa che ci siamo fatti, di non sentirci per un po’.
Ecco il perché di questo brevissimo messaggio, farti sapere che ci sono, che ti penso.
E proprio per non essere ingombrante, ho scelto l’email invece del più freddo sms.
Certo, mi piacerebbe leggere una tua risposta, perché sulle tue parole leggerei la tua voce melodiosa e rivedrei la tua espressione felice.
Ma non è necessario.
Mi basta sapere che tu l’abbia letto.
Un abbraccio.
A.
PS: Com’è andato l’ultimo esame?
Clelia scoppiò in un singhiozzo, e poi in un pianto vero e proprio. Quello che era riuscito a soffocare quel mattino, dopo l’esame, proruppe nuovamente. Le lacrime presero a scendere copiose, rigandole le guance. Mentre con lo sguardo leggeva e rileggeva quel messaggio.
***
(questo testo rappresenta una parte del progetto “se” in partecipazione al concorso NaNoWriMo 2009. Si tratta di una prima stesura non editata. Parole di questo capitolo: 2064)

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