17/11/2009


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“Se” – Capitolo 13

Scritto da Sergio in Se.

Da quasi quattro mesi Clelia era entrata in contatto con Annie. Era capitato tutto per caso, come spesso capita oggi grazie alle nuove tecnologie. Clelia teneva un piccolo blog, aggiornato non molto di frequente in realtà, dove annotava essenzialmente qualche fatto poco rilevante della sua vita, una citazione che le piaceva, una breve recensione di un romanzo letto, una foto, un’immagine che aveva trovato particolarmente interessante. In particolare d’estate, quando il calore accompagna la città deserta per diverse lunghe settimane di afa, Clelia aveva deciso che l’aria condizionata in casa era un argomento sufficiente per dare libero sfogo alla sua creatività, ed aveva recensito un po’ di canzoni, qualche poesia, creato un paio di playlist molto personali. Non aveva un grande seguito, solo quelle 3-4 fidate amiche che vivevano lontano, compagne di scuola o conosciute in qualche località di villeggiatura quando era adolescente. Uno degli articoli che aveva scritto era dedicato a Edith Piaf, una cantante che adorava, per la sua voce, ma anche per l quella sua vita misteriosa e da donna di gran classe che aveva condotto. Vi aveva elencato alcune delle canzoni preferite, come la famosa Je ne regrette rien, o ancora Hymne a l’amour, fino alla più famosa La vie en rose.
Alcuni giorni dopo la pubblicazione, un commento inaspettato appariva nel sistema di gestione del blog. Era firmato Maxime e non riportava molto più che un abbiamo gli stessi gusti! complimenti. Ma il commentatore aveva lasciato anche l’indirizzo del suo blog, dedicato a musica e filosofia. Ci volle poco tempo perché i commenti sui reciproci articoli si moltiplicassero, in un impeto di scritture incrociate che appassionava Clelia in una maniera nuova. Scorgeva in quella conoscenza virtuale un qualcosa che le era mancato per tanto tempo, una persona che aveva gusti simili, ma che soprattutto riusciva a solleticarle quella curiosità intellettuale troppo spesso arginata dall’imbecillità che lei percepiva nel mondo che la circondava. Ben presto i messaggi sui blog furono accompagnati da lunghe email in cui le dissertazioni su Nietzsche e sul ruolo dell’Apollineo e del Dionisiaco nella cultura moderna, si accompagnavano a commenti sulle ultime uscite musicali, oppure a citazioni composite di spezzoni di poesie Haiku messe assieme a formare un gioco di infinite varianze.

Clelia rimaneva affascinata dall’uso della parola che faceva quella persona, ancora celata sotto uno pseudonimo che ne annullava l’appartenenza ad uno specifico sesso. Fino al giorno della loro prima conversazione telefonica, Clelia fu contenta di ignorare quell’aspetto così accessorio che così tanto spesso trovava ingombrante nelle relazioni con gli altri. E forse, in tutto questo, vi era anche il timore che potesse trattarsi di un uomo. Fu il 31 luglio che le loro due voci si incontrarono per la prima volta telefonicamente. Annie, questo il nome del suo alter ego virtuale, era una ragazza francese, ma di madre italiana. Viveva nei dintorni di Lione, aveva 19 anni e si apprestava ad iniziare a studiare filosofia. Questi dati spiazzarono un po’ Clelia: la maturità di pensiero che aveva ritrovato nelle lunghe letture delle settimane precedenti, l’avevano fatta indurre a pensare che si trattasse di una persona già nel pieno dei suoi anni. La sua voce calda, suadente, leggermente civettuola a tratti, anche grazie ad un fortissimo accento francese che si sovrapponeva ad un uso dell’italiano comunque quasi perfetto, la incuriosirono ancora di più. Quando mise giù il telefono, dopo una chiamata che sfiorò le due ore di durata, si sentì svuotata delle sue funeste visioni negative del mondo. Per un attimo vide la sua stanza accendersi di una nuova luce. Ancora oggi si ricordava quel momento con estremo piacere ma anche sbigottimento. Infatti l’effetto fu quello di condurla a riordinare completamente la sua camera in uno stato che non aveva mai visto prima, linda e pulita come nelle pubblicità dei detersivi per pavimenti.

Le settimane successive videro la comparsa di alcuni segni di malessere fisico che a lungo Clelia cercò di nascondere relegandoli a errori di una dieta mai condotta in maniera attenta. Ogni giorno poco prima dell’ora di cena (che era anche l’ora in cui su skype il bollino verde accanto a Maxime indicava che era prossima la chiamata giornaliera) provava un certo “fastidio allo stomaco“. Spesso al mattino, subito prima di colazione (più o meno quando leggeva il breve sms o la email che le auguravano il buongiorno) il fastidio si trasformava quasi “in un bruciore“. Le prima settimana di agosto, proprio nel momento in cui iniziò ad assaggiare le angurie ( incidentalmente durante il periodo in cui Annie, dal mare della Costa Azzurra, aveva dovuto ridurre la comunicazione ad un solo messaggio al giorno), “è come se avessi avuto dei forti sommovimenti nel basso ventre”. Il medico sentenziò che potesse trattarsi di una intolleranza alimentare. Ma i sintomi non passarono. E di sicuro le privazioni alimentari che scaturirono dai suggerimenti del medico non potevano certo curare quei sintomi, del più antico malessere dell’essere umano, quel mal d’amore che fa tremare il ventre, ma che Clelia, per la sua assoluta stravaganza e novità, non seppe riconoscere.

La relazione, come spesso accade alle cose nate online, continuò il suo flusso di chiamate e messaggi rigorosamente dalla distanza. Più volte Annie, anche se forse timidamente, aveva proposto a Clelia un incontro, sempre accettato in linea teorica, ma mai voluto fortemente dalle parti di Milano. Era come se Clelia sentisse un campanello d’allarme rispetto all’incontrare quella persona sulla quale tanto aveva costruito in termini di immaginazione. Se lo erano anche scritto a vicenda, assieme gli sembrava di aderire perfettamente all’ideale comune dell’amore platonico per le idee. Ma ad entrambe sfuggì il fatto che Platone, in realtà, non aveva mai trascurato il coinvolgimento fisico tra due persone.
Finché non accadde l’irreparabile. Era un sabato mattina, attorno alle 8:30. Il telefono cellulare squillò, e Clelia fece spuntare la mano da sotto il piumino cercando a tastoni l’aggeggio sul tavolino. Rispose ancora con la voce di chi non ha superato la soglia del sonno. Ringraziò l’amica della sveglia, chiacchierarono un attimo del più e del meno, fu una chiamata breve, simile a tante altre che le due si erano scambiate nei weekend. Clelia si alzò, raccolse i capelli ribelli in un elastico, fece la doccia, si vestì velocemente con la sua abituale divisa da sabato mattina: leggins neri e felpona oversize grigia. Verificò di non avere l’aria troppo sbattuta ed uscì di casa, muovendosi a ripetere il suo abituale rito mattutino. Poco sotto casa sua una pasticceria si vantava da sempre di avere i migliori croissant di Milano. E lì lei entrava, si indirizzava sul primo tavolino libero, afferrava passando il giornale lasciato incustodito da un precedente avventore e si sedeva mentre dietro il banco fervevano i preparativi per la sua abituale colazione: due croissant vuoti al burro, un cappuccino bollente con poca schiuma, una spremuta d’arancia ed un cioccolatino fondente che Ezio, il cameriere ottuagenario (almeno all’apparenza) aveva deciso di servirle come “piccolo vizietto personale”. Che lei apprezzava. Il cioccolato fondente, amarissimo, era del resto la metafora della sua modo di vivere ed essere. Fortemente amara, ma che lascia il segno.

Assorta nella lettura del giornale non si accorse della ragazza che stava scambiando delle rapide parole col barista. E che poi lentamente si avvicinò al tavolo.
- Posso sedermi? – chiese, con una voce suadente e dal forte accento francese, probabilmente marcato ancor di più per civetteria dalla ragazza d’oltralpe.
Clelia sentì un brivido percorrerla per la schiena, che per un attimo sembrò congelarle lo sguardo sulla fotografia del sindaco che stava osservando. Annie attese, stampando sul suo volto un sorriso di evidente felicità per l’incontro finalmente avvenuto. Clelia alzò lo sguardo, incrociando quello della ragazza che le stava davanti quasi si trattasse di una mera epifania di qualcosa che non potesse essere esistente in quel momento e in quello spazio. Quel viso che non aveva mai visto, neanche in foto, le fu subito familiare, quasi quanto quella voce che si schiuse ancora una volta:
- Allora Clelia, non posso sedermi? Sono Annie! -
Forse fu quella pronuncia di “Clelia” con quel forte accento sulla a finale a svegliarla come quegli sculaccioni che vengono dati ai bimbi per farli respirare subito dopo il pranzo.
- Ma certo, certo… siediti… – farfugliò Clelia – bevi qualcosa? – e si vergognò nella maniera più assoluta per essere riuscita unicamente a comporre quelle poche parole nella sua mente esterrefatta.
Le due parlarono a lungo. Annie si era deciso, e dopo aver esplorato attentamente i piani del weekend di Clelia (che essendo un abitudinaria era abbastanza prevedibile), aveva deciso di produrre quel beau geste in maniera del tutto inattesa, prendendosi anche un certo rischio. Le incognite erano tante. Milano era una città che aveva visitato solo una volta, e parecchi anni prima. Inoltre gli indizi sui quali poteva basarsi per trovare la casa di Clelia erano pochi: alcune foto pubblicate sul blog da Clelia, e che mostravano il panorama della città dalla sua finestra, avevano fatto capire ad Annie che la casa stava abbastanza in centro, ma nella zona a sud del Duomo. E poi c’erano le indicazioni sulla pasticceria, tanto decantata da Clelia da farne il cardine del suo inizio di giornata. Annie era riuscita a ridurre le possibilità relativamente  alle pasticcerie a due sole. Così, preso il treno notturno che arrivava da Parigi era sbarcata quella mattina in Stazione Centrale. Preso un taxi si era fatta portare al primo bar-pasticceria della lista, ma l’aveva subito escluso perché in zona non c’erano palazzi simili a quelli descritti nei post di Clelia. Il secondo bar era invece più plausibile. Ma non servì neanche entrare per accertarsene. Un vecchio signore dalla schiena curva, ma che indossava una camicia bianca linda, un gilet viola ed un farfallino nero perfetto, uscì dal locale per qualche minuto, per tirare due tiri da una sigaretta. Era l’Ezio tanto citato dalla sua amica virtuale. Così, aveva deciso che era semplicemente il caso di accelerare le cose facendo da sveglia.

Fu proprio nel momento in cui Anne raccontava questo aneddoto, che Clelia comprese che non stava morendo d’ulcera perforante, né di alcuna forma di irreparabile intolleranza. Eppure proprio questa consapevolezza finì per restare nello sfondo del suo animo per tutta la giornata. Impropria, fu questo l’aggettivo che la sua mente produsse per la sensazione che stava provando. E non tanto perché considerasse sbagliata l’idea di amare una ragazza, del resto era la conclusione più logica per una donna che aveva fatto dell’odio del genere maschile il suo cavallo di battaglia fin dalla scuola media. Il punto era che rischiava di compromettere la bellezza dei pensieri, delle parole, delle visioni intellettuali che le due ragazze si erano scambiate virtualmente. Era come se col fatto di vederla dal vivo, si potesse anche concretizzare la possibilità che sparisse da un momento all’altro.

Finita la Colazione, Annie annunciò che aveva in serbo alcune altre sorprese. Innanzitutto aveva prenotato per le 11:00 la visita al cenacolo vinciano. Era rimasta assolutamente basita quando aveva scoperto che Clelia, da brava milanese, non aveva mai trovato il tempo di ammirare una delle opere d’arte del più grande genio italiano. Clelia dal canto suo si giustificava col fatto che vi era questo meccanismo delle prenotazioni, che non era facile trovare posto, e che poi la gente che ci andava ormai lo faceva più perché aveva letto un capitoletto su un best seller di Dan Brown piuttosto che per un vero e proprio amore per l’arte. La seconda sorpresa riguardava il fatto che nel pomeriggio, in una grande libreria del centro, Amélie Nothomb, scrittrice amata da entrambe le ragazze, avrebbe presentato il suo ultimo libro. Clelia rimase sbalordita dalla capacità organizzativa di questa ragazza tanto che sempre meno credeva potesse avere davvero solo 19 anni.

La giornata passò in un baleno. Clelia fu estasiata dalla grandezza dell’Ultima Cena di Leonardo, e finalmente capì la grande ammirazione che la circondava in tutti il mondo. Mentre osservava quel capolavoro, carpiva anche dagli occhi di Anni la sua felicità per quei momenti goduti assieme. Ma purtroppo l’ansia in lei cresceva. A pranzo mangiarono in una piccola trattoria sui navigli. Poi di corsa a vedere la conferenza, incantati dalle parole di un’autrice che le aveva sempre coinvolte in mille riflessioni con la sua scrittura. Clelia sembrò riflettere per un attimo come quasi le mancasse il dizionario adatto a definire emozioni, sensazioni, idee di quella giornata quasi perfetta ma internamente tanto travagliata.

Erano da poco passate le cinque quando si ritrovarono ancora una volta nella pasticceria sotto casa, a sorseggiare un tè verde unito ai pasticcini scelti con cura da Ezio, che si era sbilanciato con le 4 parole di francese che sapeva pur di impressionare la nuova venuta. I cucchiaini tintinnavano contro il bordo della tazza mentre rimescolavano il caldo liquido. Clelia pensò di trovarsi ad un punto di svolta di quella giornata che le creava un fortissimo senso di inadeguatezza. Da un lato, voleva invitare Annie a casa sua, avrebbe voluto poter vivere qualche momento in un’intimità della quale neanche lei conosceva i limiti e le regole. Dall’altro, aveva terrore di compiere questo passo, perché sapeva che non si sarebbe più potuti tornare indietro. D’altro canto, si sentiva anche in colpa nel lasciar andare via quella ragazza così la sera, senza aver raggiunto l’obiettivo che si prefiggeva.

Fu Annie a togliere le castagne dal fuoco, dimostrando ancora una volta una sagacia ed una maturità che cozzavano con l’età anagrafica.

- Clelia, fra poco dovrò andare in stazione. Ho il treno che parte alle 7… -
- Ah ma parti stasera? – rispose lei, non riuscendo a nascondere una espressione di sollievo.
- Si, ed è meglio così credo… anche perché sento tutto il giorno che c’è qualcosa che non va in te. -
Sentendosi così, denudata in pubblico, Clelia provò a difendersi
- Perché dici così? è stata la sorpresa, poi la giornata piena… non avevo fatto programmi… -
- Sei sempre brava ad arrampicarti sugli specchi eh? -
Il tentativo fu vano. A quelle parole, pronunciate con una dolcezza infinita, Clelia si arrese.
- Bé… si hai ragione. Mi hai spiazzato. Forse non ero ancora pronta a incontrarti… -
- Ti ho delusa? – fece lei.
- No no, nessuna delusione. Il problema non sei tu. Sono io semmai. -
- In che senso? -
- Bé ce lo siamo detti, finché ci siamo solo sentiti online era tutto perfetto, io potevo essere me stessa, tu potevi essere te stessa… non c’erano aspettative mentre adesso, siamo qui, una di fronte all’altra …
- Si… è vero, e credo sia importante -
- … penso che questo fatto potrebbe distruggere quello di bello che abbiamo realizzato -
- Solo se noi lasciamo che si distrugga Clelia, altrimenti può rimanere intatto, può crescere, può diventare un’altra cosa… -
- Ecco lo sapevo! – Clelia scaldò la voce, qualcosa che le succedeva di rado. E il suo viso si infiammò -  Vedi qual è il punto? Hai preferito sostituire alla purezza dell’amore per le nostre idee, l’idea di un sentimento o di una relazione fisica -
- Non era mia intenzione… – provò a rispondere Annie
- Bè certo facile giustificarsi. Ma lo hai fatto. Col rischio davvero di distruggere tutto! -
Gli occhi di Annie si velarono di una patina uggiosa, mentre Clelia quasi in preda ad un attacco, le rivolgeva una serie di improperi che anche lei non sapeva da dove venissero. In quel momento però, le sembrava che Annie rappresentasse tutti i mali del mondo. Poi ci furono alcuni minuti di silenzio, che anche il resto del bar, altrimenti rumoroso, sembrò rispettare. Clelia si calmò. Il viso le si rasserenò. Guardo per un attimo Annie, e forse per la prima volta vide un possibile cambiamento nella sua vita. Ma forse era troppo tardi.

- Annie scusami. Non meriti tutto quello che ti ho appena detto. Hai fatto tutto questo lungo viaggio per incontrare una ragazza che ha l’animo di una vecchia strega incarognita dalla vita -
Annie non rispose, continuando a fissare la ragazza negli occhi.
- Non volevo insultarti, né ferirti. Però… stai introducendo un bel cambiamento nella mia vita, sai? -
Dopo qualche minuto di silenzio ulteriore, Annie rispose.
- Ci vuole coraggio per cambiare. E ci vuole coraggio per trovare qualcosa di positivo nella propria vita. Io so di averlo trovato in te. Vorrei che tu potessi dire lo stesso di me -
- Ma certo che ho trovato qualcosa di positivo in te… -
- E allora dov’è il problema? Perché hai paura di te e di ciò che provi? Non ti accorgi che da quasi 4 mesi ormai provi qualcosa per me? O pensi davvero si tratti di acidità di stomaco? -
- Cosa c’entra… -
- C’entra eccome Clelia. Tu vivi una vita contro, contro gli uomini, contro tua madre, contro le tue coinquiline. Vivresti bene nella tua botte, finché non c’è qualcuno che ti viene a rompere le scatole e allora sei capace di vomitargli addosso tutta la tua negatività. In un’intera giornata non sei riuscita a dirmi grazie per essere venuta qui a Milano…-
- Ma sai che sono contenta… -
- Si infatti, io so che tu sei contenta, io so che tu provi qualcosa per me, ed è questo che fa si che anche nel mio viaggio di ritorno io non sarò sfiduciata, farò tanto training autogeno per dirmi che non pensavi quelle parole che hai detto… e so che tornerò a Milano per vederti ancora. Anche se hai paura! -
Clelia fece un brusco sospiro. Per un attimo le sembrò mancargli l’aria, e in quel momento sembrò che la sua vita intera si congelasse, mentre un nodo di dimensioni gigantesche si formò in gola. Poi disse, con voce flebile.
- Hai ragione. Ho paura! -

***

Era stato quel giorno, di appena una settimana prima che quel nodo si era formato. Ed ora, lì sul letto, Clelia, dopo aver letto e riletto l’email di Annie, continuava a piangere e sospirare. Sentiva quasi che una gran parte delle sue energie negative si stavano sciogliendo e uscivano dal suo corpo. Quella settimana era stata tremenda. Dopo quelle parole, le due ragazze si era salutate in modo quasi formale. E si erano ripromesse di non parlarsi per un po’. Annie poi era salita sul taxi verso la stazione. Clelia era tornata su verso casa. Ma era cambiata dentro. Anche quella mattina, davanti al professore, non era riuscita a spiccicare parola per via di quel nodo in gola che pulsava, la attanagliava, le faceva male, la faceva soffrire. Era ora di smetterla. E il fatto che l’idea di chiudere quel periodo di silenzio non venisse da lei, ma da Annie fece in modo di superare anche quell’ultima barriera di resistenza che aveva. E così prese in mano il telefono.

***

(questo testo rappresenta una parte del progetto “se” in partecipazione al concorso NaNoWriMo 2009.  Si tratta di una prima stesura non editata. Parole di questo capitolo: 3089)

Sergio

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