21/11/2009


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“Se” – Capitolo 17

Scritto da Sergio in Se.

Lorenzo e Luca entrarono nella stanza quasi in punta di piedi. Fuori dalla porta un agente aveva l’aria annoiata di chi non sa come far passare il tempo, ma aveva immediatamente fatto passare i due visitatori introdotti dal magistrato. Dentro la stanza, accanto al letto, un’infermiera stava verificando i dettagli di un macchinario. Dalla finestra filtrava una luce strana, autunnale, di quando il pomeriggio annega nella sera. Solo uno dei due letti della stanza era occupato. Da sotto al lenzuolo spuntava il braccio destro, fasciato dal gomito in giù. Un tubicino collegava la flebo appesa ad un trespolo di fianco, col braccio del paziente. Il sinistro invece, giaceva piegato sul corpo di Fabrizio, con una fasciatura molto più vistosa,e  che teneva la mano, aperta, poggiata su una superficie piana, bianca, probabilmente di plastica.
Il suo viso si voltò di poco verso i due visitatori. Lo sguardo era stanco, assonnato, probabilmente ancora a causa dell’anestesia, ma anche della perdita di sangue. Il medico li aveva avvisati.
- Ciao Fabrizio! – esclamò Lorenzo piano. Dal momento dell’ingresso nella stanza, i suoi movimenti si erano fatti lenti, quasi rarefatti. Sembrava aver paura di avvicinarsi favvero al fratello moribondo. E sembrava anche pronto ad una fuga da quella stanza in cui aleggiava un sentore strano di dolore.
Fabrizio non rispose. Dai suoi occhi però sgorgò una lacrima, che si adagiò sul bordo che unisce il naso al viso, e scivolò giù lentamente lasciando una traccia luminescente dietro di se. Il labbro superiore sembrò tremare, forse nel tentativo di soffocare sul nascere quel pianto.
Il gesto istintivo di prendergli la mano era impossibile, ed entrambi si sentirono un po’ fuori luogo in quel momento, incapaci di dire niente, attendendo che il tempo in quella stanza decidesse come srotolarsi.
Fu Luca a prendere la parola.
- Ciao Fabrizio. Non sforzarti a parlare se non ci riesci. Volevamo solo farti sapere che siamo qui, e che ci prenderemo cura di te per quanto possibile. -
- Grazie – fu la risposta, affaticata, di una voce roca e stanca. – Grazie – ripeté.
Le domande, i dubbi, aleggiavano nell’aria, pesanti come macigni. Ma le parole sembrarono non sfiorarli per un po’.
- Come stai? – chiese Fabrizio.
- Ho avuto giorni migliori – rispose il fratello. Lentamente gli occhi sembrarono prendere vita. – Mi spiace davvero tanto che tu mi veda in queste condizioni… -
- Oh, non preoccuparti! – e circondò la sua voce con un ampio sorriso. Prese una seggiola che era posta ai piedi del letto, e la avvicinò, sedendosi di fianco al fratello, la testa china verso il basso.
- Però mi hai fatto spaventare… – continuò.
- Non era mia intenzione farti del male. Anzi, in realtà, volevo che questa cosa finisse per sempre -
Il silenzio piombò nuovamente nella stanza. Solo il ronzio intermittente dei macchinari di monitoraggio manteneva un sentore di vitalità.
Poi continuò.
- So che vi chiedete perché lo ho fatto. A certe cose non ci sono spiegazioni semplice, e non credo riuscirò mai a darvene una davvero soddisfacente. -
Luca pensò che questa frase era la più sensata verità che avesse percepito in quella lunga giornata. Qualsiasi cosa Fabrizio avesse raccontato, non sarebbe servita a far digerire quel gesto né alò fratello, né a lui. Non tanto come avvocato, aveva visto di peggio, ma come amico. Il gesto del suicidio in sé era qualcosa di totalmente incomprensibile per Luca. Nella sua esperienza diretta aveva avuto la fortuna di non esserne mai direttamente investito. Certo, quando aveva 13 anni un ragazzo che abitava nel suo palazzo si era lanciato dalla finestra. Ma una delle fortune della vita della grande città è che ti permette di evitare i contatti dovuti coi vicini di casa. Lo conosceva appena di vista, anzi, si dovette sforzare per capire chi fosse. Di quel gesto rimase una macchia scura sul pavimento del marciapiede, che la pioggia riuscì a confondere solo dopo parecchio tempo.
- Fabrizio – disse Luca – non serve che adesso provi a darci delle spiegazioni. In questo momento è importante che cerchi di rimetterti in sesto. I prossimi giorni saranno lunghi e duri per te. Ma sia io che Lorenzo ti saremo vicini. -
- Grazie – sospirò il ragazzo – Anche se non so quanto sarò in grado di sopportare ancora di tutta questa vicenda.
Luca ripensò ai fascicoli letti la sera prima e quella mattina. A quanto aveva visto sulla stampa. Al gesto dell’amico. Le connessioni nel suo cervello iniziavano a creare associazioni sempre più fitte tra i vari sospetti. L’avvocato dovette prendere tutte le sue precauzioni professionali per non emettere un verdetto di colpevolezza. Anche se, dal lato del suo lavoro, questo fatto avrebbe cambiato poco. L’amico, invece, cercava ancora di risalire le fila di quel sottile filo chiamato innocenza, che sembrava svanire, aggrovigliandosi tra gli elementi noti di quella vicenda.
- Luca, Lorenzo – disse ancora cercando di sollevare in parte il busto dal letto – voglio però che crediate alla mia innocenza. Io non ho fatto le cose di cui mi accusano, Lorenzo, tu sai quanto mi ripugnerebbe tutto questo. Cercate di farlo sapere, anche se il mondo mi ha già condannato -
- Ehi, nessuno ti ha ancora condannato – disse il fratello, con una voce dolce che quasi sottolineava il fatto che neanche lui credesse a quel fatto.
- So come vanno queste cose. So che i giornali si divertono a sbattere il mostro in prima pagina. E se poi la cosa non è vera, e fossi scagionato, metterebbero la notizia in un trafiletto in ultima pagina. Vero Luca? -
Purtroppo era vero così. Le notizie relative a crimini di questo tipo trovano immediato risalto sulle pagine dei quotidiani e in generale sui media, che cercano di raccontare subito tutti i dettagli scabrosi. Ma quando poi si entra nel processo giudiziario, le cronache sono più compelsse da seguire per il pubblico. E se una persona viene scagionata, anche se col massimo possibile di prove a suo favore, si ha sempre l’impressione che sia stata la bravura dell’avvocato, o qualche vizio tecnico, a mettere in libertà un colpevole. Inoltre, i reati per i quali era accusato Fabrizio erano complessi. Non si trattava di un omicidio compiuto da uno sconosciuto, a cui gli investigatori erano risaliti attraverso indizi e prove scientifiche. Qui si trattava di 8 denunce circostanziate da parte di 8 ragazze diverse, che imputavano a quell’uomo una serie di atti di molestia. E si entra in un ambito difficile da considerare, cosa è una molestia sessuale? quando si ha davvero un gesto molesto? Tutti aspetti che il pubblico non riesce spesso a comprendere, e che i media nascondono dietro la facciata del mostro, più facile da dipingere a tratti forti.
- Fabrizio, so che la gestione della stampa è fondamentale in questi casi, ed ho appena chiamato un amico che ci aiuterà proprio a gestire questo aspetto. Quindi non preoccuparti. Intanto sappi che faremo tutto il possibile perché tu abbia la difesa migliore. Ho ottenuto che il magistrato ti interroghi domani, pertanto ci rivedremo domattina. Ed anche io avrò bisogno di parlarti… -
- Si certo. Capisco. -
- Per quanto riguarda tuo fratello, il magistrato interrogherà anche lui domani, nel pomeriggio. Credo abbia qualche elemento che io non conosco per sospettare qualche connessione tra lui e il tuo gesto di oggi. Lorenzo mi ha appena assicurato di non sapere a cosa si riferisca.  Sarebbe però importante che tu riflettessi su questo fatto, e che domani cerchi di spiegarmi a cosa si potrebbe riferire il magistrato. -
Mentre pronunciava queste parole, Luca cercò lo sguardo di Lorenzo, ma non lo trovò. Il suo capo era sempre chino in avanti, proteso verso il letto del fratello, immobile. Sembrava davvero affranto. Certo, era una relazione particolare quella tra i due fratelli, da sempre il piccolo dipendeva in tutto e per tutto dal grande, ne respirava le parole, pendeva dalle sue labbra per qualsiasi cosa. E l’altro estendeva sempre e comunque sul piccolo la sua ala protettiva, fungendo alternativamente da padre, madre, amico, confidente. Una situazione rara, che un tempo Luca aveva invidiato per il loro grande affiatamento.
- Grazie Luca. Non so a cosa si possa riferire, ma ci penserò… – rispose il malato.
- Ora, vi lascerò un momento soli – disse l’avvocato, poggiano una mano sulla spalla di Lorenzo, e dando con l’altra un leggero colpo sul petto di Fabrizio. Lorenzo si girò, e lo guardò. Gli occhi erano lucidi, pareva fosse in punto anche lui di piangere.

Osservò il suo sguardo, e in quel momento notò, forse per la prima volta, quanto i due fratelli si somigliassero. Stessi occhi, stesso sguardo, lineamenti del viso profondamente simili. Non aveva mai notato questo aspetto, forse perché in precedenza l’età rendeva molto più marcate le differenze, e Lorenzo era poco più di un bambino. Per un attimo Luca riflettè su questo aspetto, e pensò a quanto fossero fortunati entrambi. Ritornò anche ad una sua fantasia di quando era bambino. Non si era accontentato di avere un amico immaginario. Aveva deciso di avere un fratello gemello immaginario, che aveva deciso di chiamare Atreiu, come l’eroe de La Storia Infinita, il romanzo che da bambino lo aveva più volte incantato sia in tv tanto che, quando imparò a leggere, fu il primo libro che volle. Una nota di amarezz si posò sui suoi pensieri. All’eta di 19 anni aveva appreso da sua madre che quel sogno, quella fantasia, quella voglia di un fratello gemello aveva un fondamento di verità. La madre aveva infatti concepito due gemelli, ma pochi giorni prima del parto, vi erano state delle complicazioni impreviste. Nonostante l’immediato ricovero ed il parto cesareo, uno dei due bambini era nato morto. Quando apprese la notizia, si chiuse in sé per quasi un mese. Non parlò con anima viva, smise di uscire, di andare all’università, di frequentare gli amici. Accettava unicamente la cameriera che gli portava in camera quel poco di sostentamento che aveva deciso di far assumere al suo corpo. La madre la sera bussava alla porta ed aspettava dall’altra parte un segno, una voce, una risposta, che non arrivava. Una sera si portò una sedia dall’altra parte della porta, bussò, ed iniziò a parlare. Luca la sentì, e si sedette per terra con le spalle alla porta. La madre raccontò del dolore che provò per la perdita di uno dei bambini, ma anche del fatto che Luca, il sopravvissuto, le fece presto dimenticare quel dolore. Era ingiusto, infatti, concentrarsi su chi ci ha lasciato, a discapito di chi invece rimane tra noi.
- Poi un giorno – Luca ricordava ancora anche il tono della voce della madre – avevi poco più di 4 anni, hai deciso che volevi presentarmi il tuo amichetto immaginario. Sorridevo all’idea che avessi già un amichetto col quale condividere le tue emozioni. E poi, hai voluto confidarmi all’orecchio segreto, dicendomi che non era solo un amico, ma che era un fratello gemello proprio uguale a me. So che probabilmente non te ne ricordi, ma io ebbi un crollo nervoso quella sera. Papà mi accompagnò in ospedale, dove fui ricoverata per quasi 4 giorni, mentre tu andasti in visita dalla nonna. Era come se con quella confessione di quel tuo piccolo segreto, ti fossi vendicata di me, madre incapace di darti il fratello che ti mancava! -
La mamma prese a piangere. Fu un pianto sommesso, dignitoso. Luca riaprì la porta, e si abbracciarono in silenzio a lungo. Ma l’odio che aveva provato in quel mese di anomia doveva essere reindirizzato verso qualcosa o qualcuno. E fu indirizzato direttamente su se stesso. Oggi forse, si potrebbe dire che fu un periodo quasi suicida, allora Luca lo vedeva più come una lotteria. Era il periodo che aveva iniziato ad accettare la sua omosessualità, ma aveva avuto pochi rapporti fino a quel momento. Nei mesi successivi finì per cercare quasi un ‘avvenutra al giorno. Solo sesso, senza nessun tipo di legame sentimentale o intellettuale. Cercava sesso senza protezione, diventò un habituè delle saune milanesi e, nei week-end, in discoteca finiva per stazionare quasi unicamente nelle dark room. Poi, di notte, non mancava mai un giro al parco, almeno quando non era troppo freddo. Il suo viso giovane, la sua carnagione chiara, i muscoli comunque ben sviluppati dai lunghi anni di nuoto, gli procuravano compagnia con semplicità. Non aveva un target fisso. Spesso in sauna semplicemente si metteva in un camerino, sdraiato a pancia giù col culo pronto a contenere la verga di turno. Quello che cercava era una semplice offesa per la carne, un annullamento della sua stessa umanità, facendosi merce, senza mai chiedere nulla in cambio. Una sera, in un locale, conobbe Stefano, un ragazzo trentaquattrenne. Lo seguì in casa, ma con sua grande sorpresa, non volle scoparlo. Scoprì che Stefano lo seguiva già da qualche tempo, lo aveva notato in discoteca, sempre all’ingresso della dark, sempre in cerca di una dose di sesso. Stefano era psicologo, e collaborava con un’associazione anti-aids della città. E quella sera, era lì, pronto ad ascoltare. Luca sarebbe voluto scappare via, mandarlo semplicemente a quel paese e lasciarlo su quel divano di colore troppo giallo. Invece, iniziò a parlare. E non finì prima che il mattino dopo albeggiasse. Fu fortunato a non aver preso nessuna malattia in quel periodo, se non dei fastidiosi condilomi. Stefano divenne da allora il suo migliore amico, la persona che sapeva ascoltarlo senza giudicare. E che era riuscito, semplicemente ascoltandolo,a d uscire da quel tunnel di depressione maniacale.

- Grazie Luca – fece Lorenzo.
Assorto nei suoi pensieri, sia corse di essere rimasto troppo ad osservarli. Così chinò lo sguardo ed uscì dalla stanza.
Proprio in quel momento il cellulare si mise a vibrare. Sul display comparve il nome di Angelo Marietti.
- Pronto, Angelo? – fece luca, rispondendo a voce bassa mentre affrettava il passo uscendo dal reparto.
- Ciao Luca. Scusa se ti chiamo solo ora, ma la tua segretaria mi ha trovato proprio un attimo priam che entrassi in una riunione. -
- Tranquillo, sei assolutamente nei tempi perfetti. -
- Tu sei ancora in ospedale? -
- Si, e penso di rimanere ancora un po’. C’è il fratello qua, ed anche il magistrato. -
- Ok, senti. Vengo subito anche io. Ho visto le news stamattina. Brutta storia. Sarà difficile da gestire. Comunque ho anche già chiamato il mio contatto all’Ansa. Dice che c’è una certa mobilitazione all’ospedale, ma che nessuno si sta scucendo. Mi preoccupa un po’ quando finirà il turno delle infermiere…comunque la mia assistente e pronta a preparare un comunicato, mi sembra la cosa migliore. Dobbiamo guidare noi il gioco con la stampa -
- Si hai ragione. Comunque qui il primario del reparto è stato molto attento, e per ora a taciuto alcuni dettagli dell’intervento… -
- Ottimo. Sarò da te tra trenta minuti al massimo. -
- Bene. Ci incontriamo al bar che dici? -
- Si ma non farti vedere -
- Tranquillo, l’ospedale a mille ingressi e uscite, e inoltre nessuno mi conosce. E nessuno sa ancora che ho io ho la difesa del caso. -
- Benissimo. Allora ci vediamo al bar, sarà anche meglio così -
- Ottimo. A fra poco -
- A fra poco -
Chiuse la comunicazione, rincuorato. Se c’era una persona in grado di gestire la comunicazione con la stampa, questo era Angelo. Era un genio delle relazioni con la stampa, nato quasi per caso quando, da neoassunto nell’ufficio relazioni istituzionali di una banca, dovette sopperire ad una manciata di arresti che colpirono mezzo consiglio di amministrazione, e buona parte della sua unità (capi compresi) per un’accusa di Insider Trading. Riuscì a gestire brillantemente la situazione, evitando che il titolo della banca sprofondasse, e si guadagnò la stima immediata dell’amministratore delegato e degli azionisti tutti. Ma quando le cose si calmarono e tutto tornò alla normalità, capì che per agire correttamente gli serviva l’adrenalina. E decise così di aprire una piccola società di consulenza d’immagine specializzata nella gestione di casi di crisi. Si erano conosciuti per caso, a casa di un conoscente, quando la società era appena partita. Per qualche tempo si erano anche frequentati, ma capito che non c’era molto da spartire in termini sentimentali, capirono invece di essere molto affiatati sul lavoro. Da cui la collaborazione spesso su casi anche molto complessi.

Luca si avviò a grandi passi verso l’ascensore interno. Incontrò lo sguardo del magistrato, seduto su una panca.
- Vado a bere un caffé al bar -
- Perfetto. Io attendo qua una persona del mio team. I due fratelli sono ancora assieme?
- Si, ci aveva concesso un’ora -
- Si si, nessun problema. Ci vediamo poi
- Comunque credo di essere di ritorno anche io in poco tempo -
- Ottimo. A fra poco -
- A fra poco – ed entrò nell’ascensore.
Tre piani più in basso l’ascensore si aprì all’interno del reparto di diagnostica. Luca svoltòa  sinistra, uscì dal reparto, e si diresse verso il bar.
Il locale era per metà un classico bar, per metà un ristorante self service. Non vi erano molte persone. Qualche persona in camice mangiava svogliata ad uno dei tavoloni che occupavano il lato destro della sala. Si diresse verso il bancone, ed ordinò un caffé doppio ed un bicchiere di minerale frizzante. Aveva appena posato le labbra sul bordo del bicchiere, quando sentì una voce da dietro.
- Luca? Ma ciao! -
Dalla voce flessuosa e dal modo di arrotolare la o finale, tanto che sembrava avere un eco, Luca riconobbe immediatamente Maicol. Fu poi investito da un suo abbraccio, e dai classici tre baci sulle guance.
- Ciao… che ci fai qui? -
- Ero qui per un corso, che ho appena finito. Ancora due giorni… non ne posso più … -
- Corso su? – chiese Luca incuriosito
- Ma si, un confronto tra le esperienze dei vari volontari di soccorso di provincia, poi aggiornamento normativo, ed una formazione su un nuovo macchinario che avremo in dotazione -
- Ah si scusa, non ricordavo che facessi il volontario… -
- Eh si… non mi hai più richiamato… – Maicol pronunciò questa frase sottolineando questa frase. Indossava una felpa col cappuccio, e con un dito stava torturando la cordicina all’altezza del collo.
- Si mi spiace, sai ho avuto molto da fare questo periodo -
Luca ripensò a come aveva conosciuto il ragazzo. Si erano incontrati a casa di un amico, ad una cena. All’inizio gli era sembrato un ragazzino piuttosto sciatto, timido, molto silenzioso. Poi a tavola era finito seduto a fianco a lui, ed avevano iniziato a parlottare. Aveva scoperto che stava facendo un dottorato in filosofia della scienza, aveva un nutrito numero di interessi, era pugliese di origine ma trapiantato a Milano dall’età di 10 anni, era appassionato di arte e fotografia. Vi scoprì una persona interessante, dal livello culturale elevato, capace di superare quel primo livello di filtro che Luca aveva messo nelle sue relazioni con gli sconosciuti e che spesso gli valeva il titolo di “snob”. Finirono a letto quella sera. Contrariamente ad altre avventure, però, Luca si permise di rivederlo, estendendo un po’ i termini del tacito contratto in essere con Giulio relativo alle frequentazioni extra relazione. Così, per tre- quattro volte si erano trovati la sera a casa, avevano fumato un po’ d’erba, discusso di politica, di filosofia, di letteratura, fatto sesso per tutta la notte. In modo piacevole, senza aspettative. Almeno così sembrava a Luca. Ma poi gli parve che Maicol fosse diventato un po’ troppo insistente, e benché stesse bene con lui, aveva evitato di rispondere a certe telefonate, rispondeva in ritardo ai messaggi e così via.
- Hai sempre molto da fare – gli rimproverò il ragazzo – ma se vuoi vengo anche solo a trovarti per poco! – e fece un sorriso malizioso.
- Magari settimana prossimo – rispose Luca – anche perché stasera torna Giulio -
La faccia speranzosa del giovane si rabbuiò un attimo. Ma fu sufficiente che Luca gli passasse il braccio dietro alla schiena per un attimo, un gesto casuale ed insignificante per molti, che il suo viso ridivenne radioso.
- BEvi qualcosa? – chiese Luca
- Si… un caffé grazie. Macchiato -
Il cameriere sentì subito, e si girò verso la macchina da caffè.
- Tu piuttosto… perché sei qua? Niente di grave spero… -
- No no.. sto seguendo un caso… – rispose vagamente Luca.
- Ah ok…- dall’espressione Maicol diede segno di aver capito di non dover approfondire ulteriormente.
Arrivò il caffè. Maicol prese la tazzina in mano, e iniziò a sorseggiarlo. Luca si girò, appoggiando la schiena al banco. Scacciò un pensiero laido dalla mente, mentre con lo sguardo notò due ragazzi che da lontano sembrarono indicarlo, e poi dirigersi nella sua direzione.

***

(questo testo rappresenta una parte del progetto “se” in partecipazione al concorso NaNoWriMo 2009.  Si tratta di una prima stesura non editata. Parole di questo capitolo: 3.406)

Sergio

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