Diego e Jack vagabondarono per l’atrio dell’ospedale, le altre sale riunioni, poi si diressero verso il bar. La situazione non piaceva a Dego, il dover dipendere da qualcuno era una cosa che odiava. Ma doveva assolutamente riuscire a entrare in contatto con questa persona. Da quando l’amico aveva accennato alla possibilità che Elena avesse detto qualcosa in ambulanza, il suo battito cardiaco era accelerato, ed il suo cervello era in preda ad un’attività al di fuori della norma. Mentre camminavano, il cellulare aveva vibrato diverse volte. Il primo era un messaggio della madre, che chiedeva dove fosse, e come mai non fosse tornato a casa. Il secondo era di Stefi, che semplicemente lo informava che il giorno dopo non si sarebbero potuti vedere, senza peraltro spiegare il perché. Decise di ignorare entrambi, procrastinando la risposta a un momento più tranquillo. I due giunsero all’ingresso del bar, e si fermarono sulla porta. Diego squadrava i visi dei clienti, alla ricerca di un segno, di un qualcosa che gli potesse far capire “si, ho conosciuto tua sorella”. Ma ovviamente, era solo tempo perso.
Jack sembrava prendere la situazione poco sul serio, ed effettivamente comprendeva poco la fretta e l’ansia dell’amico. Fece vagare svogliatamente lo sguardo nei tre angoli della stanza, quando infine riconobbe l’avvocato, Luca, uno dei suoi clienti più affezionati. Parlottava con una persona, al banco. Ma certo, era Maicol.
- Eccoli lì – esclamò, ed indicò col dito teso verso il bancone del bar. – C’è anche Luca… l’avvocato di cui ti dicevo -
Diego non rispose, sembrò solo emettere un breve grugnito, forse di soddisfazione. I due affrettarono il passo e si diressero verso la coppia.
Luca si era girato con le spalle al banco, e li osservava. Maicol invece stava bevendo qualcosa, forse un caffè.
- Ciao – esclamò Giacomo appena fu abbastanza vicino.
Luca lo guardò perplesso, quasi sulla difensiva. Jack era sempre stato un fornitore molto discreto, attento alla privacy sua e degli altri clienti. Per questo lo aveva suggerito spesso anche ad altri amici e conoscenti. Se era lì, e lo cercava, doveva essere successo qualcosa. Poi squadrò per un attimo l’altro ragazzo. Cercò di ricordare se lo avesse mai visto da qualche parte. Benché talvolta avesse delle difficoltà a ricordare i nomi, non dimenticava mai una faccia. Rispose quindi con un ciao svogliato.
Giacomo riprese a parlare.
- Scusate se vi disturbiamo… in realtà cercavamo te… Maicol, giusto? – fece rivolgendosi al ragazzo, che nel mentre aveva terminato il suo caffè e si stava pulendo le labbra con una salvietta.
- Si esatto… – mormorò
- La farò breve. Ci siamo incontrati a casa sua – ed indicò Luca con un gesto molto discreto – qualche settimana fa, ricordi? -
Maicol aggrottò un attimo la fronte, poi rispose:
- Ah si… non credo ci fossimo neanche presentati però -
- Vero. Son stato con voi solo pochi minuti. Ma ti ho sentito raccontare dell’incidente in moto nel quale poi era morta una ragazza -
- Si… – mormorò il ragazzo, incuriosito da dove stesse andando a parare quel discorso.
- Ecco bé… lui è un mio caro amico – ed indicò Diego, rimasto fino a quel momento in disparte, ma con uno sguardo attento su tutto ciò che succedeva – ed è il fratello della vittima. Si chiama Diego. -
A quelle rapide presentazioni seguì un rapido giro di strette di mano, piuttosto imbarazzate in realtà. E fu proprio Diego a prendere la parola in quell’istante.
- Scusa, Jack mi ha casualmente riferito del tuo racconto… odio farmi gli affari degli altri, ma ho bisogno di sapere alcune cose… -
- Anche tu eri rimasto coinvolto nell’incidente, vero? – chiese Maicol a quel punto
- Si esatto… – rispose Diego. Un brivido lo percorse per tutta la schiena. None ra pronto per il disagio di quel momento.
- E cosa vuoi sapere? -
Luca intervenne in quel momento.
- Ragazzi, non è forse meglio che vi sediate ad uno dei tavoli? mi pare una conversazione un po’ delicata, non da fare qui al bancone.. .-
I tre annuirono, individuato un tavolo libero nell’angolo dell’area dedicata al self-service, proprio dietro ad un aiuola di finte piante.
- Vi lascio da soli. Non credo che la conversazione mi riguardi – continuò Luca, restando al suo posto.
Maicol lo guardò, indeciso se chiedere il suo supporto, o se affrontare quella strana situazione da solo. Si trovò però già seduto al tavolo, assieme ai due ragazzi, e decise di proseguire senza l’aiuto di un avvocato. Del resto, non aveva nulla da temere.
- Dunque – riprese Diego – Eri nell’ambulanza che ha portato Elena in ospedale, vero? -
- Si esatto -
- Mi puoi raccontare qualche dettaglio? -
- Cosa vuoi sapere? Perché questa domanda? Non hai letto il nostro rapporto? – Maicol si mise sulla difensiva. Spesso negli interventi di soccorso, vi era la possibilità di fare errori, piccole disattenzioni che potevano produrre anche gravi risultati.In quella situazione, in realtà,e ra sicuro che tutte le procedure erano state seguite correttamente. Del resto, c’era ben poco da fare per quella ragazza. Comunque voleva capire esattamente cosa volesse il ragazzo. Aveva già imparato quanto il dolore di una famiglia rispetto ad un decesso, può provocare gesti insulsi, situazioni esasperate, minacce, atti al limite della follia ed assolutamente privi di senso. Per questo motivo, si impose di andare con i piedi di piombo.
Giacomo si intromise, e disse.
- In realtà, Diego vuole sapere se è vero che la ragazza era ancora viva quando l’avete portata in ambulanza, e se abbia detto qualcosa -
Maicol comprese la situazione. Con la memoria andò nuovamente a quella notte. Una come tante, dove gli interventi erano troppi, e sempre sulla strada. Oramai aveva fatto lo stomaco per gli incidenti anche più gravi, da quando aveva deciso di diventare un volontario del soccorso aveva dovuto mettere da parte la paura, l’angoscia del dolore, ed affrontare i traumi anche più gravi con un atteggiamento stoico e distaccato. Anche se, e ne faceva un vanto personale, aveva sempre cercato di mantenere un tocco di umanità nelle relazioni con i malati, specie quelli gravi.
- Ok, ho capito – disse – vi racconto come è andata quella serata -
Diego appoggiò i gomiti sul tavolo, e il suo corpo si portò in avanti, quasi a non voler correre il rischio di perdere neanche una mezza parola.
- Siamo intervenuti con un’ambulanza. Dapprima abbiamo trovato te, per terra, poi abbiamo visto tua sorella, distante parecchi metri. Non era facile notarla, perché si era infilata tra due macchine parcheggiate al lato della strada. Abbiamo quindi allertato una seconda unità. Il mio collega è rimasto con te, fino all’arrivo dell’altra ambulanza, mentre io sono andato ad occuparmi dell’altra ragazza. Appena arrivato vicino a lei, ho notato che la cosa era grave, Non aveva il casco addosso. Era sdraiata, con il collo posato sul bordo del marciapiede. Il mio terzo collega è arrivato con la barella ed il collare. All’inizio ho notato che respiravav ancora, anche se era completamente incosciente. Le abbiamo messo il collare e l’abbiamo portata sulla lettiga, e caricata sull’ambulanza. Per radio abbiamo comunicato che la paziente era in coma, ma durante il tragitto si è effettivamente svegliata, ma per non più di qualche minuto. L’impatto doveva averle rotto diverse vertebre proprio all’altezza del collo. -
- E cosa ha detto? – esclamò Diego con ansia
- In realtà non ha proprio detto qualcosa. Ha farfugliato più che altro. – Maicol ricordava esattamente quello che la ragazza aveva detto. Ma esitò a confidarlo col fratello. A lungo aveva pensato a quelle parole, e aveva deciso di tenerle per se. Non le aveva scritte nel rapporto, non le aveva comunicate ai medici. La situazione era abbastanza tragica così, perché la famiglia non avesse un ulteriore dolore dovuto al dubbio che quelle parole avrebbero potuto insinuare.
- Voglio sapere cosa ha detto! – esclamò con uno scatto d’ira Diego. Ma il suo viso esprimeva piuttosto, dolore, paura.
- Come dicevo farfugliava – disse Maicol – per cui non ho capito benissimo tutto ciò che ha detto. Ha pronunciato una frase: morte arrivo dunque, finalmente. E’ stato facile farla finita. -
Un silenzio tombale piombò su quel tavolo. Il viso di Diego si cristallizzò in una maschera sbigottita. Non poteva essere. Ci doveva essere un errore. Non era possibile. Si era trattato solo di un incidente. Le sensazioni di quel momento erano ancora confuse, ma lentamente si riordinarono come in un puzzle che si ricompone lentamente sotto i tuoi occhi. Si ricordò Elena che montava in sella, metteva il casco… ma il laccio penzolava di lato del mento. Si ricordò due o tre tratti di strada dove gli sembrava, in curva, di perdere stabilità, a causa di alcuni strani movimenti della sorella. E poi quella sensazione, le braccia di lei che lasciavano la presa attorno al suo corpo e lo schianto per terra. Ma quando era successo? Forse una frazione di secondo prima che lui facesse perdere di aderenza la moto sull’asfalto? Del resto se loe ra chiesto tante volte, l’asfalto era nuovo, come era possibile che avesse perso aderenza così? Certo. c’erano i binari del tram, ma se li lasciava sempre distanti. A meno che qualcosa non gli avesse fatto perdere la traiettoria. No, no, era assurdo. la sorella non avrebbe mai potuto commettere un gesto così assurdo. Si certo, era una ragazza chiusa, adorava tutto ciò che inneggiava alla morte, la sua stanza sembrava un castello gotico ed horror, la musica che ascoltava era infernale. Ma era illogico. Se davvero si fosse voluta suicidare ci sarebbero stati mille altri modi e che potevano dare una maggiore garanzia di risultato. E poi era assurdo! La sera sul letto quando si fermavano a parlare assieme, parlavano della loro vita da adulti, del fatto che lei volesse diventare un’artista ma anche imparare a fare tatuaggi, e forse un giorno aprirsi uno studio tutto suo. Sogni di ragazzi forse. E poi c’era il suo blog, che lei adorava. Certo, anche lì spesso i riferimenti alla morte erano piuttosto presenti. Diego non andava a visitarlo spesso, era molto lontano dai suoi interessi, ma un giorno ci era capitato per caso, navigando da un sito di notizie. In un post si parlava di quanto effettivamente fosse sensato vivere, o piuttosto chiuderla lì, a 15 o 16 anni. Un tale dal nickname “end-today” aveva scritto “oggi sarà il mio ultimo giorno. Ho deciso di uccidermi oggi. Anzi, meglio, mi farò inconsciamente uccidere da mio padre”. Era rimasto sconvolto da quella cosa, e al sera aveva affrontato il tema sul letto. Ma Elena aveva minimizzato “si dicono tante sciocchezze” e aveva confessato che quel tale, che lei neanche conosceva, aveva scritto in tante occasioni promettendo che quello sarebbe stato il suo ultimo giorno. Ma poi era sempre tornato a scrivere. Ora tutta quella discussione, entrava in un contesto diverso. Ed i risvolti sembrarono a Diego tanto improponibili quanto agghiaccianti. E se davvero avesse scelto di uccidersi trovando un complice inconscio? Era quindi stata sua la colpa della sua morte, ma era stata comunque una morte voluta? Aveva davvero senso tutto questo, o le parole di Elena potevano avere un altro senso, un altro significato? Magari erano solo il testo di una delle strane canzoni che lei amava ascoltare. Le sue personali conoscenze del genere si fermavano agli Iron Maiden, ma Elena aveva una raccolta di musica sterminata che lui semplicemente giudicava inascoltabile. Il sogno della sorella era di andare ad uno dei festival Gothic sparsi per l’europa. Era riuscita ad andare in discoteca a Milano qualche volta, solo grazie alle coperture del fratello e di qualche sua amica, perché in realtà entrambi i genitori osteggiavano questa tendenza, non per motivi morali, quanto più estetici e di “gusto”. La madre disapprovava il fatto che la ragazza vestiosse sempre di nero. E il padre non concepiva il rischio che ulteriori piercing o tatuaggi potessero deturpare quel corpo perfetto. Elena dal canto suo soffriva di questa mancanza di libertà, ma in casa era stata sempre accondiscendente. Il loro motto era “via a diciotto anni”, così avrebbero potuto vivere la loro vita. Volevano prendersi un piccolo appartamento con due stanze, e condividere il loro percorso universitario assieme. Diego avrebbe studiato Biologia, da sempre un suo pallino, mentre Elena si sarebbe dedicata al design. Non sarebbe più accaduto niente di ciò. Desideri infranti. Sogni sepolti. La vita del resto è fatta anche di questo.
I pensieri di Diego si aggrovigliavano sempre di più, e l’intero corpo rifletteva questo stato. Si era accasciato sulla sedia, immobile, lo sguardo perso nel vuoto. Giacomo e Maicol lo osservarono impietositi.
- Mi spiace – esclamò Giacomo rivolgendosi all’amico.
Diego li osservò. Dietro il loro sguardo comprensivo, si nascondeva un’unica verità che lui non era in grado di accettare. loro, testimoni e giuria di un un processo senza imputato, avevano già emesso la loro sentenza. Quelle parole erano inequivocabili. Ma loro non conoscevano, non sapevano, non potevano immaginare… Elena era sua sorella, la sua unica sorella. il loro era un rapporto speciale. Se lei davvero voleva commettere il suicidio, glielo avrebbe detto. Cosa c’era tra loro di più prezioso della loro capacità di dirsi sempre tutto? Lei sapeva che lui non l’avrebbe mai giudicato. Mai. O forse no? C’era forse qualcun altro con cui lei poteva aver parlato? Ma certo! Stefi! Ora iniziava a comprendere i suoi sensi di colpa. Stefi ed Elena passavano tanto tempo assieme. Benché fossero differenti da molti punti di vista, erano riuscite a condividere un’amicizia intensa. Il giorno che era andata a fargli le condoglianze, Stefi aveva detto una frase è difficile quando sai che potevi agire, ma non sei riuscito a far niente. Diego aveva sempre pensato fosse riferita al fatto che lui non fosse riuscito ad evitare l’incidente. Invece ora era tutto chiaro. Era riferito al fatto che lei sapeva del progetto suicida della sorella e non era intervenuta. E in tutto questo periodo aveva cercato di lavarsi quel senso di colpa facendo sesso con lui. La furia montava dentro, e nello stesso tempo si sentiva sporco, ignobile per aver potuto che questo accadesse. Nel turbinio dei pensieri, l’unica cosa che non apparve mai fu il risentimento verso la sorella epr il fatto che anche lui si fosse trovato in pericolo di vita, o che le colpe potessero andare su di lui. Non gli fregava niente di questo aspetto, sebbene uno sprazzo di razionalità attraversò i suoi pensieri chiedendosi perché non tenesse in considerazione questo punto. Del resto lei era morta. Punto. Aveva scelto di morire nel modo peggiore possibile, senza neanche avere la garanzia di riuscirvi. Sarebbe potuta rimanere paralizzata per sempre, condannata ad una vita di merda per sempre.
- Grazie Maicol – disse Diego risvegliandosi d’un tratto dal suo stato catatonico. Poi, con una voce piatta, quasi metallica continuò – e grazie a tutti voi per fare in modo che questa frase non esca da qui. In particolare, nessuno della mia famiglia dovrà mai sapere il contenuto di questa frase. Nessuno. -
I due annuirono, quasi impauriti dalla risolutezza dell’affermazione. Poi Diego si alzò, di scatto, e si avviò verso la porta. Si girò verso Giacomo e con un gesto lo invitò a seguirlo.
Maicol li guardò uscire dalla porta. L’espressione dura e risoluta del fratello di Elena lo aveva impressionato. Non avrebbe mai saputo cosa la conoscenza di quella frase avesse ingenerato nella mente del ragazzo. Sperò solo che il suo gesto, l’averne parlato, non avrebbero fatto del male a nessuno. Si girò, per vedere se Luca era ancora al banco, ma non lo vide. Decise di restare ancora seduto un momento.
L’avvocato aveva assistito alla scena da lontano. In particolare, aveva potuto vedere tutta la gamma di espressioni del ragazzo più giovane, mentre Maicol gli era di spalle. Capì che dovesse trattarsi di un qualche segreto spiacevole, e sperò che Maicol non si fosse cacciato in un guaio. Prese il telefono, e scrisse un messaggio. “Ciao Mai. Spero nessun problema. Io torno al lavoro. Se hai bisogno chiamami. In qualsiasi momento. L. “. ed inviò. Forse un giorno si sarebbe pentito di quel messaggio.
***
(questo testo rappresenta una parte del progetto “se” in partecipazione al concorso NaNoWriMo 2009. Si tratta di una prima stesura non editata. Parole di questo capitolo: 2.664)

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