Diego arrivò a casa poco dopo le sette. Si lasciò la pota d’ingresso alle spalle, e senza dire niente, si rifugiò nella stanza di Elena. E’ qui ormai che da quasi un mese provava a cercare risposte a domande che un giovane non si dovrebbe mai porre, sui perché e i per come della vita. La madre lo sentì rincasare, si affacciò dalla porta della cucina, ma potè solo vedere un’ombra di sfuggita, e sentire poi il rumore della porta che si chiudeva. Ci aveva fatto l’abitudine, dal giorno dell’incidente, la comunicazione già difficile prima, era diventata quasi impossibile, e comunque limitata a qualche frase di circostanza nei momenti inevitabili. Sospirò, e tornò alle sue composizioni floreali, hobby che da qualche tempo stava coltivando su indicazione del suo analista.
Nella stanza intanto, buia, fredda, Diego era rimasto semplicemente in pidi, gli occhi sbarrati. La sua mente era un rimuginare di sensazioni e pensieri mescolati tra loro, quasi fossero i fili di un’interminabile cappio che lentamente lo stava strangolando. Perché è così che sis entiva, soffocare per mancanza d’aria. E la sensazione non era solo psicologica, la sua vecchia asma, sepolta nelle memorie di quando era ragazzino, oramai erano anni che non ne soffriva più, sembrava risvegliarsi mentre aumentava quel grosso peso sul torace che pareva comprimergli la vita intera. Nel buio, si concentrò un attimo su una piccola lucetta azzurra. Era il computer della sorella, nessuno l’aveva toccato più da quando aveva cancellato il blog. Si sedette alla scrivania, deciso a trovare una risposta alla domanda che più di tutte gli rimbombava nella mente: perché. Aprì lo schermo del portatile, ed attese che il sistema si riavviasse. Poi, con alcuni click del mouse, iniziò ad esplorare le varie cartelle del pc. Inutile. Sembrava un gioco di scatole cinesi, dove cartelle dentro altre cartelle portavano file tutti con nomi uguali, ed assolutamente non comprensibili. I file erano tantissimi, spesso in formati con estensioni non standard, probabilmente rinominati così dalla sorella per renderne più complicato l’accesso. Era sempre stata molto gelosa di ciò che scriveva, ed aveva sempre avuto paura che la madre o il padre curiosassero sul suo PC. Si fidava solo del fratello, e epr questo motivo, gli aveva confidato la password di accesso principale. “Per ogni evenienza” aveva detto. E purtroppo l’evenienza peggiore era accaduta. Diego si sentì in colpa per un attimo per quella ricerca così al buio. Gli sembrava quasi di tradire la fiducia della sorella defunta. Scacciò però questo pensiero, subito seguito piuttosto dall’impressione di essere stato lui ad essere tradito dalla sorella, per quella decisione così inspiegabile, unilaterale, non comunicata.
Decise di adottare un’altra tattica, e digitò alcune parole nel motore di ricerca del sistema. La prima fu “morte”. Oltre due mila file vennero identificati dal sistema. Troppi per essere letti tutti. Provò poi con la parola “suicidio”. Il risultato lo rabbrividì: 1600 file. Provò ad ampliare le opzioni, e provò a collegare le parole “suicidio” ed “asfalto”. Ma in questo caso non ottenne nessun risultato. Tentò allora con una ricerca diversa, e scrisse “Diego”. 61 file. Pochi tutto sommato, pensò. Ma almeno non sarebbe stato impossibile leggerli tutti.
In alcuni casi si trattava di copie di email che si erano scambiati in passato, quando a volte giocavano su internet da una stanza all’altra della casa. A quanto pare Elena le aveva conservate, copiando e incollando i singoli messaggi email dal sistema di posta online ad un file di testo unico, conservando quindi l’intera catena di dubbi ed ansie adolescenziali che contenevano quei messaggi. Altri file c’entravano poco, in quanto parlavano di lui, ma solo descrivendolo. Erano probabilmente copie di messaggi destinati ad altre persone. C’erano poi le copie della lettera che lui ed Elena avevano scritto ai genitori, nel vano tentativo di provare a riappacificarli. Avevano lavorato tre notti limando il testo di quel messaggio, che poi non sortì alcun effetto se non quello di causare l’ennesima lite tra i due genitori.
Infine, fece click su un file. Era una lettera senza data, ma le proprietà del file indicavano che era stata scritta il primo di settembre. Era indirizzata ad un tale Maxime. Diego aguzzò gli occhi stanchi per leggere meglio il contenuto del testo allo schermo.
Oramai è un anno che ci conosciamo virtualmente, e in questo anno siamo riusciti a parlarci e scriverci di tutto.
Il tuo modo di parlare, la tua voglia di scrivere, la tua attenzione verso di me hanno fatto cambiare molto la mia vita e la mia esistenza.
So che oggi, grazie a te, ho iniziato a comprendere molte cose dei limiti stessi della mia vita. Della sua banalità. Della ineluttabilità del dover affrontare me stessa su questo campo.
Molte poche cose hanno un senso in tutto questo. Sento che l’inutilità dilaga nella mia esistenza come un cancro nefasto, capace di devastare tutto. Mia mamma parla continuamente di cose inutili. Mio padre fa solo cose inutili. I due tra loro, bisticciano e discutano di un’inutilità dopo l’altra. Mio fratello è l’unico che tenta di superare questa assoluta limitatezza del nostro essere. Ma alla fine, anche dopo le lunghe ore di parlare assieme, mi rimane l’amaro in bocca dell’aver, anche in questo caso, passato del tempo inutile.
Oramai anche la lettura non mi è più di conforto. e qualcosa è stato già scritto, allora di per sè anch’esso è contagiato da questo male incurabile che affligge davvero tutte le nostre esistenze.
Vivo sempre più nell’attesa che una novità arrivi, ma, come ci siamo spesso detti, tutto questo è solo luna grande, grandissima balla che ci diciamo per tirare avanti. Nulla migliora nel futuro. Semplicemente conduciamo un’inutile vita in cui i fatti di un giorno si ripetono il giorno dopo sotto un’altra forma, senza alcuna soluzione di continuità. E finiamo per fare la fine delle formiche che continuano a trasportare il loro cibo ogni giorno, per poi finire inondati dalle piogge della sera.
La scuola oramai non ha più niente da offrirmi. So più della maggior parte dei miei professori, gente sfigata che ha perso tutto nella vita, anche la dignità, e che pretende di insegnare agli altri ciò che la vita domani ci proporrà. La vita sociale, è semplicemente ignobile, inconsistente. Ragazze intente a rifarsi il trucco ogni dieci minuti come le puttane ai lati della strada la sera. I ragazzi intenti a parlare di calcio dalla mattina alla sera, sfruttando così l’unico neurone non ancora bruciatosi per i troppi acidi che i loro genitori si son fatti al tempo del flower power. E se vai con qualche ragazzo più grande, questo ha solo voglia di scopare, niente più. L’unico modo di vivere mi sembrava quello di vincere la loro resistenza diventando più aggressiva e sbarazzina delle cheerleader dei loro sogni. Ma alla fine ho scoperto che anche il sesso è semplicemente noia, un gesto meccanico assolutamente inutile. Ho provato a cercare di restare incinta, mentendo dicevo che avevo preso la pillola. Ho solo avuto il vantaggio di non dovermi ripulire quella roba appiccicosa dai vestiti, ma la natura non ha voluto contribuire e non è successo niente. Anche la mia figa è inutile.
Solo la musica sembra riuscire a darmi un po’ di energia in questi giorni, dico sembra, perché poi mi accorgo di quanto anche qui tutto è commerciale. Se leggi molti dei commenti sul mio blog, e so che li leggi, vedrai che tante ochette hanno scelto lo stile goth solo perché gli sembra “figo” lo stile vagamente macabro ed horror che ci sta attorno. Non capiscono, e a questo punto dubito che qualcuno lo capisca, che questa non è una puntata di Buffy l’ammazzavampiri, ma voleva essere un modo per essere contro questa società di merda, senza crearsi l’alibi di volerla cambiare.
Ecco, in tutto questo, ripensavo a quello che ci siamo detti al telefono qualche giorno di fa, di come in realtà l’unico modo di superare tutto questo sia di abbattere i confini della noia e lottare contro l’unica cosa che ci lega a questa inutilità, la nostra vita. Sai ci ho riflettuto davvero tanto, e credo che troppo spesso si cerca davvero la scorciatoia più idiota. Tante persone che cercano il suicidio lo fanno perché son deboli, vittime dei meccanismi stessi che pensano di mettere fuori uso. E così finisce che mettono in discussione anche l’utilità pratica di quel gesto, ultimo, ideale, grandioso di conquista della massima libertà.
Ecco perché sto cercando da tempo di capire come affrontare la cosa. Io non ho voglia, non ho più voglia di continuare questa banalità quotidiana che mi porta ad assomigliare sempre di più ad uno di quei cagnolini di plastica che continuano ad annuire con la testa in un movimento quasi continuo. Io voglio essere me stessa al massimo della mia forza, e voglio dimostrare che esisto superando la barriera stessa di questa esistenza fittizia. Non so ancora esattamente come, ma so che sarà improvviso, imprevisto, senza che neanche si colga l’idea del gesto suicida, così barbaramente inutile se fatto per debolezza. Come tu hai suggerito, il gesto ideale è di chi supera la vita cadendo dalla finestra senza che vi sia una apparente ragione, un motivo, una realtà, affrontando anche l’imprevedibilità delle conseguenze, non da ultima quella di sopravvivere. E se così fosse, significa che sono davvero destinata ad una vita inutile.
Non so quando succederà. Non so quando verrai a saperlo, né come. Ma accadrà prima della fine dell’anno.
Non serbo dispiacere per chi mi lascio indietro. Non per Stefi, che continuerà a troieggiare in giro, cercando di far soldi nel vano tentativo di superare la noia col denaro. Non per Diego, ce forse finalmente senza di me potrà raccogliere le palle e fare qualcosa della sua vita, che so iniziando ad andare via di casa. Non certo per i miei genitori che oramai finiranno per distruggersi a vicenda con quella montagna di carte bollate che continua ad essere lanciato da un lato all’altro.
Certo, tu sei l’unica persona a cui manderei il mio pensiero di addio, e della cui compagnia so di privarmi con vero dispiacere. Ma so anche che arriverà il giorno in cui anche tu dirai basta a questo schifo di esistenza. Anche se, ammiro sempre il tuo lavoro e il uo impegno nel diffondere questa grande consapevolezza, di questa efferata inutilità che tutto pervade.
Addio Maxime.
E.
Diego concluse la lettera con la vista appannata dalle lacrime. Quello che era stato un sospetto che lo aveva assalito in ospedale e che lo aveva accompagnato nel tragitto di ritorno a casa, si era tramutato ora in una triste realtà. E la responsabilità di tutto questo era di questa specie di profeta , Maxime, che aveva intortato sua sorella in un perverso circolo di immondizia intellettuale. Come aveva fatto a non accorgersene? Perché Elena non gli aveva mai detto niente? Perché non aveva mai avuto qualche avvisaglia di questa crisi. All’apparenza la sorella sembrava felice della sua vita, delle sue amicizie, della scuola. Certo, era un po’ stravagante nei gusti musicali e nel modo di vestire, ma faceva parte della sua personalità colorita, del suo modo di essere e di vivere, della sua grande volontà e del suo stato d’animo. Come era potuto succedere che riuscisse ad ingannarlo così a lungo? Quella lettera parlava di una relazione virtuale con una persona durata un anno, e di cui lui era completamente all’oscuro. Lui che da sempre si era vantato della relazione intima con la sorella, capace di raccontargli tutto sempre, in ogni luogo. E invece, si è dimostrata anch’essa un sarcofago vuoto, dipinto verso l’esterno di coloro sfavillanti. Ma inesistente in realtà.
Diego provò a cercare altri riferimenti a questa “Maxime” sul computer. Spuntarono fuori altre quattro lettere a lei indirizzate, ma erano semplicemente poche righe di accompagnamento a qualcosa che lei le aveva spedito.
Esausto dalle novità della giornata, si mise a sedere sul letto, stringendo a se il cuscino come amava spesso fare quando Elena si sedeva invece sul pouff e lo guardava. La sua memoria tornò a quella drammatica sera. Era tardo pomeriggio, si erano fatti una cioccolata calda in casa e dopo si erano messi a sedere sul letto. Diego aveva iniziato a raccontare ad Elena del fatto che forse aveva conosciuto una ragazza che lo interessava. E pare che l’interesse fosse reciproco. Elena aveva subito mostrato una sorta di gelosia di facciata, facendo diverse battute su questa situazione. ma in realtà sembrava divertita, ed anche contenta della cosa. Per un po’ di tempo aveva cercato di spingere Diego nella braccia di Stefi, la sua amica d’infanzia, poi a un tratto aveva smesso. Ed immagino anche il perché. Per un attimo gli passò davanti agli occhi l’immagine della sorella incinta. Rabbrividì. E si chiese con quale mente bacata avrebbe davvero potuto o peggio voluto farsi mettere incinta. Poi iniziò a pensare a chi potessero quei maschi più grandi che aveva frequentato. Uno sicuramente sapeva chi fosse, Thomas, il vicino di casa. Anche se lei aveva detto che avevano fatto solo petting, in realtà era uno dei candidati più verosimili alla descrizione data dalla sorella, fissato com’era col sesso in tutte le sue forme. Un fiotto di disgusto lo prese allo stomaco, mentre immaginava il corpo ancora fanciullesco (o almeno così lo immaginava lui da fratello) di sua sorella sotto le mani di quell’idiota! Tornò al pensiero di quella sera, al resoconto di una delle ore di lezione della settimana: Elena era particolarmente critica rispetto alal sua professoressa di filosifa, che riteneva semplicemente incompetente. Pare che in aula nascessero quindi dei frequenti battibecchi tra lei e la professoressa, con conseguente divertimento da parte del resto della classe. Sorrise al pensiero dell’aria divertita della sorella quando raccontava di queste gesta, e si chiese ancora una volta, come facesse a vivere un’esistenza duplicata, solare all’esterno, così oscura all’interno. Per un attimo gli venne un brivido al pensiero che in realtà ogni persona che incontriamo per strada, per quanto sorridente, felice, simpatica possa apparire, potrebbe nascondere un potenziale negativo così estremo. Vite vissute per niente, duplicando ogni nostro sforzo. Vagando come zombie su una terra di nessuno. Tutto per un attimo parve sembrargli vano. Sentì quasi si aprisse sotto i suoi piedi una profonda voragine. Sentiva una forza ed un energia enormi trascinarlo verso il fondo. Capì che l’idea, il fascino di quel concetto di inutilità era contagioso, nel momento stesso in cui si pensava a cosa sua sorella avesse fatto. Affascinate. Misterioso. Dovette lottare per scacciare un pensiero che rischiava di essere troppo interessante. Lottò con forza per un lungo attimo di tempo, poi vinse. No lui non avrebbe mai ceduto al fascino del togliersi la vita!
Si alzò dal letto di scatto, e corse fuori dalla stanza. Andò verso il bagno, passando davanti alla porta della cucina. Notò la mamma in piedi, davanti al tavolo, intenta a comporre l’ennesimo ikebana che nessuno avrebbe mai ammirato, chiuso com’era in quella casa ricca solo di sofferenza. Entrò in bagno, aveva bisogno di una doccia. Aprì l’acqua, e la lasciò scorrere, calda, finché il vapore non iniziò ad uscire dalla cabina. Adorava la sensazione di essere avvolto da una nuvola di vapore, e pregustava il caldo dell’acqua sulla sua pelle. Aveva bisogno di qualcosa che lo aiutasse a rimuovere il sudiciume di quanto aveva appreso. Doveva anche capire come parlarne coi genitori, era opportuno che sapessero al verità. Anzi, era assolutamente necessario. Anche se, non sarebbe stato facile dirglielo. Si guardò a lungo allo specchio, mentre con sguardo risoluto si disse che non meritava più di condurre quella vita triste cui si era costretto per l’idea balzana della sorella di farla finita. Pensò alle lacrime sparse, al tempo perso, all’angoscia provata fino a quella mattina, e provò un odio profondo per tutta quella sensazione. Col dito, scrisse sullo specchio sopra al lavandino oramai coperto da un velo di umidità, la parola ADDIO. Non voleva più avere a che fare con la vita che aveva vissuto per quelle interminabili settimane. E voleva dire addio anche alla sorella, al suo ricordo sbagliato che aveva di lei. Dall’indomani tutti avrebbero saputo che si trattava semplicemente di una vigliacca che non aveva saputo comprendere il gusto della vita. Si girò per entrare in doccia, ed aprì la porta del box. Finì di svestirsi, poi notò che nella doccia era finito il sapone. Si girò per prenderlo. Il piede ruotò su se stesso, incontrando una piega del tappeto che scivolò sul pavimento umido dal tanto vapore. Cadde all’indietro, dentro il box doccia, sbattendo la testa contro la parete dall’altro capo. Per un attimo rimase fermo, immobile, mentre l’acqua calda lo investiva sul volto. Cercò di riprendere le forze, e tirarsi su con le braccia, ma parve che nessuno dei suoi muscoli volesse muoversi per davvero. Riprovò. mentre un retrogusto ferroso sembrava invadergli il palato. Con la coda dell’occhio notò una chiazza rosea allargarsi attorno a lui e che contrastava col biancore del piatto della doccia. L’acqua sembrava si fosse raffreddata di colpo, sentiva freddo salirgli dalle estremità del corpo su, in alto.
Il buio riempì la sua vista mentre un urlo silenzioso lasciò la sua gola, poi muta per sempre.
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