27/11/2009


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“Se” – Capitolo 22

Scritto da Sergio in Se.

Clelia si sedette sul bordo del letto, esausta. Quella giornata aveva reso tutto così complicato. Le emozioni si erano succedute una dopo l’altra, in un vortice che prima l’aveva portata in alto, come un aereo dopo il decollo, poi l’aveva costretta ad un repetino ritorno verso il basso, come quando si sentono quegli improvvisi vuoti d’aria che tanto spaventano tutti i passeggeri. Ma soprattutto non sapeva cosa fare. Si rendeva conto della stupidità della sensazione di gelosia che provava, agganciata ad una sola frase, peraltro non poteva neanche essere certa che quella Maxime fosse proprio lei. Anche se le coincidenze la insospettivano sempre, perché alla fine non le riteneva mai tali. Aveva provato a vedere se vi fossero altri commenti, ma purtroppo il server del motore di ricerca conservava solo la pagina principale, e non tutte le altre secondarie oramai andate perdute. Aveva già preso in mano due volte il telefono cercando di decidere se chiamarla o meno. Ma poi per dirle cosa? che aveva letto un messaggio su un blog da cui pensava desumeva che lei potesse aver avuto una specie di altra relazione online? E poi che titolo aveva nei confronti di Annie da questo lato? Il messaggio risaliva ad almeno due mesi prima, loro non si erano neanche conosciute ancora dal vivo. Le sensazioni della gelosia erano però tremende, come l’edera cattiva si avvinghiavano ai più piccoli appigli creando nella mente dei dubbi atroci su qualsiasi fatto. Clelia si trovò a investigare su ogni giornata che aveva passato ad aspettare i messaggi della sua amica virtuale, i suoi ritardi, i momenti in cui lei era in vacanza.. Si era chiesta se anche questa Elena avesse ricevuto un sms al mattino, e se lo avesse ricevuto prima o dopo di lei. Tutto le sembrava assumere i toni cupi della negatività, ma in modo insolito. Questo fatto non era capace di stimolare la sua naturale indifferenza, né quella sana dose di cinismo che le aveva fatto superare quasi tutta la vita indenne. Piuttosto si sentiva tradita nell’intimo. Per quanto tutta la sua reazione fosse illogica, il suo stomaco oramai libero dai costringimenti mentali che l’avevano costretto fino a quella mattina a rispondere a comando, si divincolava ad ogni tentativo di controllo e ispirava reazioni isteriche. Le lacrime più volte si presentarono ai suoi occhi, trattenute solo all’ultimo. D’un tratto si alzò e con un gesto di stizza buttò per aria tutti i foglie che stavano sulla scrivania, che caddero per terra in un misero ventaglio multicolore. Non sapeva se il gesto era stato contro questo suo sentirsi inerme rispetto alle emozioni che provava e sentiva, o piuttosto se si trattasse di un’ulteriore prova del male che sentiva dentro, di quella gelosia che stava oramai prendendo il sopravvento sulla sua razionalità.
Andò in bagno e si buttò più volte l’acqua gelata sul viso. Tentava di svegliarsi da un brutto sogno. La faccia nello specchio era semplicemente sconvolta, abbruttita, seriamente differente da quella che solo poche ore prima aveva visto una dose di trucco posarsi sulle guance per la prima volta in tanti anni, ed assumere un risalto solare. Ora piuttosto sembrava un viso sofferente.

La decisione arrivò d’impeto. Si arrese all’evidenza di non poter più controllare le sue emozioni, e decise di seguire, per una volta, l’istinto. Prese la sua borsetta, vi gettò dentro un libro che aveva sul comodino, una piccola pochette contenente alcuni pochi medicinali che portava sempre con se, afferrò un maglioncino di lana dal mucchio di vestiti che stava sul letto, la giacca ed il portafogli. Uscì di casa trafelata, sbattendosi la porta di casa dietro di lei. A metà della rampa di scale, imprecò, accorgendosi di aver scordato il telefono sul tavolo della cucina. Tornò su a prenderlo, col fiatone avendo fatto i gradini tre a tre di corsa. Uscita finalmente dal portone di casa, sentì l’aria umida della sera che si insinuò tra i capelli, ormai dimentichi della pettinatura del giorno. Era già buio, e questa notte che anticipava sempre più sembrò adattarsi alla ritrovata sensibilità al lato cupo della vita che sentiva in quel momento. Col passo spedito andò verso la stazione della metropolitana. Inutile cercare un taxi a quell’ora, sarebbe comunque andata più spedita.
Generalmente evitava la metro. Trovava quel mescolamento con varia umanità eccessivo, le mancava l’aria. Non era una forma di razzismo o altro, odiava la sensazione a prescindere da chi fossero i compagni di viaggio. Essere costretta a quella relazione quasi intima con persone con le quali non aveva nulla da spartire, la faceva semplicemente fare stare male. Che poi fosse una donna in carriera coi tacchi troppo alti, la borsa di pelle nera ed il soprabito sgualcito, o la modella trasparente che masticava un filetto di carota per non svenire, o il manovale albanese che tornava dal lavoro dopo aver dato il suo contributo allo sviluppo di un paese che non glie ra riconoscente, o la colf peruviana troppo bassa per far toccare terra ai piedi quandoe ra seduta, o il musicante rom che importunava tutti con quella cacofonia maldestra, o l’avvocato neoassunto che indossava il suo abito scuro e la sua cravatta sempre uguale a se stessa con lo zaino pesante e la consapevolezza che davanti a se aveva ancora 3-4 ore di lavoro, o il vecchio pensionato col fazzoletto verde al collo che guardava con dispetto chi gli occupava lo spazio vitale attorno e riusciva ancora a pronunciare le frasi nel dialetto di quella città ormai priva di identità. Niente riusciva a distoglierla dalla semplice constatazione che lei non c’entrava niente con tutto questo. E difatti normalmente preferiva camminare, al massimo prendeva il tram, purché nella versione radical-chic del secolo scorso.

Scese dalla metro assieme alla fiumana multicolore dei pendolari, che come formiche tornavano verso le loro case in provincia. Si chiese che vita fosse quella di chi avesse scelto di lavorare a Milano e di vivere in Brianza, costretto a una, due, tre ore di strada ogni giorno avanti e indietro in mezzo al casino dei treni che non funzionano. Pezzi di vita persa, amputazioni della nostra esistenza che semplicemente non riusciamo neanche ad immaginare se non ci sforziamo, e quando poi le comprendiamo è troppo tardi e finisce che ci consideriamo degli scemi.
La stazioen centrale, con la sua maestosa intulità, era l’unico edificio di Milano capace di suscitare un’emozione in Clelia. Quelle volte alte, i bassorilievi e le sculture, gli enormi archi delle volte sopra i binari, testimoni di un’altra era, romantica, definitivamente passata e che probabilmente era durata un solo istante se comparata colò resto dell’umanità, ma che pareva aver lasciato qualche segno importante. Quella Belle Epoque che spesso sognava, con quei personaggi straordinari capaci di unire alla riflessione sulla vita e sulla sua noia, delle vere e proprie innovazioni di pensiero. Baudelaire e i suoi fiori del male, uno dei pochi libri che aveva letto e riletto più volte nella sua vita. Uscendo dalla metropolitana, osservò stancamente un altro palazzo che la aveva sempre affascinata, quell’hotel Gallia che di fiano alla stazione, sembrava a guardia dell’arrivo dei viaggiatori di quei tempi lontani. Oggi, sommerso dalle cacche dei volatili che si posavano sui pochi alberi rimasti nei dintorni, quell’hotel assomigliava davvero ad una vecchia puttana d’alto borgo, con i pesanti tendaggi alle finestre, e quell’esibizione di corridoi dorati che pareva sempre voler impressionare tutti.

Entrata in stazione, Clelia si diresse verso la biglietteria. Fortunatamente, la biglietteria internazionale era quasi deserta, il treno sarebbe partito dopo appena quindici minuti. Chiese un biglietto per Lione. L’addetto operò stancamente sul computer, stampò il biglietto, prese i soldi con una mano molle e svogliata, continuando a  fissare la ragazza negli occhi, ma con uno sguardo vuoto, assente, senza alcuna nota di vivacità. Clelia decise di voler prevenire eventuali attacchi di fame improvvisi, e si compròà un panino in uno dei chioschi della stazione. Per una ttimo si fermò ad osservare quella amssa di eprsone che continuava ad affluire verso i tanti treni, anche se andava piano piano diradandosi. L’altoparlante continuava a sfornare i dati degli arrivi e delle partenze. lentamente si avviò verso il suo binario, e notò quasi divertita la paradossale compresenza degli opposti che anche in quella stazione pareva sinonimo di vitalità. Ad uno stesso binario da un lato era una locomotiva nuova, fiammante, dal profilo suggestivo, di uno di quei nuovissimi treni ad alta velocità che avevano ridotto le distanze tra le capitali d’Italia, e che avrebbe fatto l’invidia di un pittore futurista, incapace d’immaginarsi una tale meraviglia della tecnica. Dall’altro lato, un vecchio convoglio di pendolari, con una locomotiva dal color ruggine, i graffiti su tutte le fiancate, uno di quei treni che ti danno l’impressione di allungare le distanze esistenti facendole tendere all’infinito.

Arrivò davanti al suo convoglio, cercò il vagone che le era stato assegnato. Era un treno notturno, diretto a Parigi, La maggior parte dei vagoni erano adibiti a cuccette, solo uno destinato ai passeggeri che avrebbero al massimo potuto tentare di dormire seduti. Fortunatamente il vagone era quasi vuoto. Clelia si sedette sul posto di fronte a quello stampato sulla sua prenotazione. Adorava viaggiare dando le spalle alla direzione di marcia. Le sembrava così di poter per un attimo dare un’occhiata al passato, al tempo che scorre all’indietro. Una sensazione strana che ricordava fin da bambina. Una voce gracchiante accennò sia in italiano che in francese che il treno sarebbe partito entro pochi minuti. Clelia sospirò. Ripensò a quella sua strana giornata, l’esame andato storto al mattino,i due incontri scontri con i rappresentanti del genere maschile, l’email ricevuta, la telefonata, l’incontro con Maicol. Tutto le sembrò semplicemente incoerente, insensato. Lei che era abituata ad una sequenzialità logica ed ordinata del fluire della sua esistenza, non programmata ma semplicemente coerente, non trovava nessuna parola capace di descrivere quella rottura di ritmo, di vitalità, di emotività che sembrava averla scombussolata fin nel profondo. In più, l’inusitato gesto di prendere quel treno, finiva quasi per apparire come l’unica conseguenza logica allo scandalo di quella giornata.

Una ragazza in divisa passò velocemente attraverso il vagone, lanciando una rapida occhiata ai pochi passeggeri. Si fermò vicino alla porta, armeggiò dentro un pannello di comandi. Sentì poi il rumore delle porte che si chiudevano. In quel momento squillò il telefono. Era Maicol. Attese un attimo prima di rispondere.
- Pronto? – fece
- Ciao Clelia. Sono Maicol -
- Ciao Maicol. Dimmi tutto – il suo tono era volutamente tranchant, voleva evitare una lunga conversazione.
- Scusa se ti disturbo. Volevo solo raccontarti una cosa, se hai un minuto… -
Clelia rimase in silenzio, gesto che Maicol interpretò come un assenso.
- Bé ho parlato con un mio amico avvocato, e mi ha detto che effettivamente se nutrivo davvero un sospetto che potesse trattarsi di omicidio, avrei dovuto chiamare la polizia. E così ho fatto. E domattina devo andare a confermare la mia deposizione. Tutto qua.
- Ho capito. Credo tu abbia fatto la scelta giusta -
- Credo anche io…. ma sei in treno che sento rumore? -
- Si. Sto partendo adesso. – in realtà il treno non si era ancora mosso.
- Ah ok – Maicol capì che non era il caso di fare altre domande. – Fatti viva quando ritorni se ti va, ci beviamo una tisana assieme.
- Si, volentieri -
- Baci e a presto!
- Ciao! -
Clelia chiuse la comunicazione proprio nel momento in cui il treno lasciava il binario, e pigramente si avviava fuori della stazione.
Si accorse che in realtà provava un certo di senso di soddisfazione nel pensare che quel ragazzo sconosciuto, avesse fatto un gesto così nei confronti della ragazza sconosciuta che era improvvisamente diventata la sua più acerrima avversaria. Il suo raziocinio provò a direzionare il pensiero verso un’altra direzione, ritenendo che si trattasse comunque di una persona, e che come tale andasse rispettata. Ma il suo stomaco prese definitivamente il controllo, stringendosi in un gesto di approvazione. L’ultimo cartello con la scritta Milano passò davanti al suo finestrino, mentre il treno si immergeva nel buio della notte.

***

(questo testo rappresenta una parte del progetto “se” in partecipazione al concorso NaNoWriMo 2009.  Si tratta di una prima stesura non editata. Parole di questo capitolo: 1.990)

Sergio

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