Su La Stampa di oggi, c’è un lungo articolo di Gian Enrico Rusconi interamente dedicato al cambiamento culturale in atto relativo alla percezione della Laicità e della sua reazione con la religiosità in atto in questo paese negli ultimi anni. L’articolo è interessante, coraggioso, e la sua analisi è estremamente lucida. E parte da un titolo provocatorio, Dobbiamo giustificarci di essere laici. Ovvio che la mia risposta sia un no secco, ma in fondo lo è anche la sua. Ma vediamo nel dettaglio cosa scrive Rusconi.
Adesso ci si deve giustificare di essere laici. È straordinaria la rapidità con cui è mutato il clima culturale nel nostro paese. Sino a ieri tutti si dichiaravano laici, con zelo, sia pure con l’aggiunta di «sani» o «positivi». Adesso è diverso: se critichi la Conferenza episcopale italiana o approvi la sentenza di Strasburgo sul crocifisso nella scuola pubblica devi offrire le credenziali che non sei nemico della religione, della Chiesa, anzi di Dio.
Ci si mettono anche i laici pentiti con le loro raccomandazioni. Quando rivendicano con enfasi la religione come componente costitutiva del pluralismo democratico (salvo smentirsi immediatamente parlando del cattolicesimo come irrinunciabile indicatore di identità storica nazionale) citano Rawls e Habermas. Credono di essere nell’America di Barack Obama o nella civile Germania multiconfessionale. Siamo invece in un paese dove la semplice proposta del pluralismo nell’insegnamento della storia delle religioni nelle scuole e la loro analisi comparata viene respinta come l’equivalente del famigerato relativismo. Come tradimento della tradizione cattolica del popolo italiano. A questo punto, anche il più disponibile dei laici perde la pazienza. È finito il tempo del «dialogo tra laici e cattolici» inteso nel modo tradizionale. È opportuno prenderci una pausa di silenzio e rimettere a fuoco parametri e argomenti su cui rimisurare le distanze.
Per cominciare, si fa un gran parlare della religione nello spazio pubblico, dimenticando che la dimensione pubblica è definita proprio dalla laicità. L’essere laico non è un fatto privato, riconducibile alle categorie soggettive del «credere/non credere» – come si pensa comunemente – ma è una dimensione pubblica che prescinde dalle credenze. È l’istituzionalizzazione del principio del pluralismo dei convincimenti. La laicità è parte dello statuto della cittadinanza. In questo è il fondamento dell’etica pubblica.
Scusate il grassetto, ma credo che questo concetto andrebbe scolpito nella mente di molti dei nostri politici, e di ogni cittadino comune. Forse la gente non si ricorda, o semplicemente non sa, che senza la laicità introdotta come concetto fondamentale dalla Rivoluzione Francese, semplicemente non ci sarebbero libertà e democrazia così come le conosciamo. Vivremmo semplicemente tutti in condizioni medievali simili a quelle dell’Iran o dell’Afghanistan talebano. Una bella prospettiva no? E il punto è sempre questo: essere laico non significa essere non-credente, anzi, come più volte ho potuto ribadire io sono credente e mi reputo di esserlo più di molte personalità pubbliche che si proclamano tali.
Laico è il cittadino che esercita il diritto di decidere autonomamente della propria condotta morale di vita. In questo senso tutti sono o dovrebbero essere laici. Ma allora nasce il grave problema di coerenza per i cattolici-clericali che si riservano di condizionare la loro lealtà allo Stato democratico quando legifera in modo contrario ai loro convincimenti. Si badi: non contro la loro libertà di fede e di comportamento, ma contro la loro opinione su come gli altri cittadini devono comportarsi.
Qui nasce il contrasto con la dottrina e la strategia della gerarchia della Chiesa quando mira a determinare in modo autoritativo l’etica pubblica del paese, in particolare nelle «questioni che fanno riferimento all’area della soggettività personale». (Faccio notare che questa sintetica e esplicita espressione è stata coniata dal card. Ruini per qualificare il Progetto culturale cattolico da lui messo in moto).
Altro punto importante: come possiamo fare in modo di accettare che si viva in un paese in cui ogni atto del nostro parlamento è condizionato dalla censura vaticana? In nessun altro paese civilizzato occidentale accade questo. E faccio notare che alcuni paesi, come gli Stati Uniti, hanno livelli di religiosità “vera” molto più elevati della nostra 1, e ciò è possibile proprio grazie alle garanzie offerte dallo Stato di Diritto che per sua natura è Laico. Il voler discernere continuamente ogni possibile interpretazione legale, subordinandola a bilancino dell’etica cattolica, fa si che tutti in Italia, credenti e non, sono subordinati ad una morale imposta dall’alto. Il che, ricordo, sarebbe uno dei principi di uno stato totalitario2.
Detto questo, va chiarito un punto molto importante. Il concetto di etica pubblica è ampio. Chi è laico, nel senso che stiamo illustrando, può avere larghi spazi di convergenza con le posizioni della gerarchia ecclesiastica su altri temi sociali e culturali. Penso alla difesa dei diritti degli immigrati, o all’azione di contrasto di ogni forma di razzismo. Su queste e altre questioni ci può e ci deve essere convergenza.
Giusto, ed anche qui un aspetto importantissimo. Essere laici non significa essere anti-cattolici, anti-clericali etc. Anzi. Semplicemente significa applicare la richiesta che la stessa chiesa cattolica fa ad ogni paese in cui i praticanti cattolici sono una minoranza: quella di creare le condizioni per un vero pluralismo religioso ed intellettuale. Vero, la Chiesa non chiede alla Cina di diventare “Laica”, né all’Arabia Saudita. Ma nei fatti, uno stato che divenga multiconfessionale deve necessariamente aprire la porta alla laicità. Purtroppo il clima di contrapposizione che si è venuto a creare in Italia fa si che spesso le posizioni laiche divengano laicismo a tutti costi, per il quale tutto ciò che è religione va semplicemente banalizzato e condannato.
In questa situazione il laico deve assumersi i seguenti compiti:
(a) Sostenere con fermezza la legittimità del contrasto di visioni etiche e la illegittimità della prevaricazione autoritativa, tramite norme di legge, da parte di una maggioranza che non riconosce la pari dignità etica di chi non la pensa come lei. In questo modo si concretizza il principio della laicità come statuto della cittadinanza e non come questione di convincimenti personali e di stili di vita, da regolamentare secondo i criteri delle convinzioni della maggioranza.
(b) Contestare gli equivoci che esistono a proposito dello «spazio e del discorso pubblico», distinguendo nettamente tra l’accesso alla sfera pubblica, aperto e praticato senza restrizioni dalla Chiesa, e l’azione strategicamente mirata a influenzare con ogni mezzo la deliberazione politica.
(c) Combattere le confusioni tra scienza e teologia a proposito dei concetti di natura e di vita che sono diventati cruciali per l’etica pubblica. Da anni nel mondo cattolico si discute di biotecnologie, di testamento biologico, di famiglia «naturale» mescolando in modo arbitrario argomenti che si pretendono razionali e scientifici, «puramente umani», con assunti di fede. Il punto culminante è l’idea di vita (anzi di Vita), potente veicolo di una visione religiosa che diventa ostinato rifiuto di altre visioni della vita umana, interpretata in modo diverso nella sua concreta storicità, con quel che segue per i rapporti procreativi, sessuali, familiari – giù giù sino alla contraccezione.
(d) Aprire un dibattito culturale qualificato di carattere storico-critico sulla formazione della dottrina e della dogmatica cristiano-cattolica (anche in risposta ai discorsi del Pontefice sulla razionalità della fede, sul logos, l’illuminismo, l’ellenizzazione del cristianesimo ecc.). In questo senso parlo della necessità che i laici siano competenti di teologia e della sua storia. Il disinteresse del pensiero laico per la riflessione teologica ha portato alla clericalizzazione della teologia stessa diventata strumento per tenere in minorità intellettuale i credenti. Naturalmente conosco le seccate repliche dei teologi professionali che mi accusano di ignorare la loro produzione. Ma il punto non è il professionismo degli esperti bensì la «teologia pubblica», per così dire.
Credo che questa debba diventare un vademecum per tutti quanti si ritengano laici. Anzi no, per tutti quanti si ritengano banalmente democratici. I punti a) e b) si commentano da soli. Il punto c) è sicuramente quello su cui fare più attenzione. Un amico mi ha più volte detto che la Chiesa ha 2000 anni di storia nel ricondurre al suo interno le varie idee eterodosse, ed è quello che oggi sta facendo con la scienza. Confondere l’idea di vita da un punto di vista scientifico, con l’idea cattolica della Vita da un punto di vista morale ed etico è completamente fuorviante. E continuerà ad ingenerare problemi enormi di dialogo. La risposta alla questione dell’aborto o dell’eutanasia, per intenderci, non è definire cosa sia vita in assoluto attraverso un qualcosa che vale per entrambi gli ambiti, ma offrire la libertà alle persone di decidere sulla base delle proprie convinzioni morali. Io sono profondamente convinto che una religione che si abbassa a cercare un mezzo legale per impedire, ad esempio, l’aborto, sta semplicemente rinunciando al suo ruolo morale. Il problema è che, nel paese dove teoricamente ci dovrebbe essere la più alta percentuale di cattolici, abbiamo anche la più alta percentuale di aborti d’Europa. E qui sta il punto dolente. La chiesa da tempo non riesce più da tempo a far breccia nei cuori delle persone,e cerca allora di controllarle per altre vie.
Sul punto c) mi sento di essere tranquillo. Molto spesso le persone che si definiscono laiche hanno una competenza in materia religiosa più ampia di chi adotta un approccio dogmatico. Peraltro, la cosa fuorviante è che i cattolici che nella mia vita ho notato avere la fede più forte e radicata, tendenzialmente adottavano atteggiamenti laici. Il pericolo, ed ha ragione Rusconi, è proprio nel dialogo pubblico “di tutti i giorni”, nel quale è complesso riuscire a dialogare con persone che sono semplicemente vittime dell’integralismo clericale per cui “si fa perché è tradizione” o “si fa così perché si ì sempre fatto così” o, peggio, “l’ha detto il papa”.
In questo contesto vorrei sollevare alcuni punti problematici. L’approccio etico-religioso oggi dominante mantiene sfocati (o semplicemente non detti) i riferimenti ai grandi dogmi teologici della colpa originale, della redenzione, della salvezza che storicamente sono (stati) tutt’uno con la dottrina morale della Chiesa. Oggi questi temi teologici sono diventati incomunicabili a un pubblico religiosamente de-culturalizzato. La teologia morale è interamente assorbita dalla tematica della «vita» e della «natura» con modalità che rischiano di farla cadere in forme di bio-teologismo o di risacralizzazione naturalistica carica di risentimento verso le scienze biologiche e le teorie dell’evoluzione. La teologia diventa sacra biologia.
Nel frattempo però si è verificata una straordinaria mutazione silenziosa: la Chiesa, nella sua comunicazione pubblica odierna, trasmette un’idea tutta positiva di natura/naturalità originaria – rimuovendo d’un colpo tutti gli aspetti tremendi che per secoli hanno prodotto e accompagnato l’idea della natura decaduta con il peccato. E le connesse paure di punizione. Gran parte della dottrina morale sessuale cattolica è stata costruita sull’assunto della natura corrotta e sulla minaccia della punizione. Ma oggi i teologi morali fanno finta di niente.
E qui torniamo al punto che ho già sollevato in precedenza. La chiesa sembra adottare la strategia del controllo sociale attraverso la politica e le leggi, in quanto sta fallendo con quello che sarebbe teoricamente il suo mandato, il “controllo delle anime“. I dati lo dicono, aumento dei divorzi, aumento degli aborti, diminuzione continua delle vocazioni, parrocchie che chiudono per mancanza di parroci, chiese sempre più vuote. L’unico modo di sopravvivere è riuscire ad adeguare il proprio controllo ad un livello più alto, quello coercitivo che impone degli obblighi o dei divieti a favore di tutti.Propagandare in un contesto simile la vera scelta etica dei dogmi religiosi, spaventerebbe le persone più che attirarle, il che sarebbe controproducente. E così, semplicemente questi aspetti non vengono messi in luce. Al massimo, si è data una rispolverata al Purgatorio, si è eliminato il limbo3, dalle liturgie domenicali sono spariti i riferimenti all’Apocalisse (troppo complesso…). Una sorta di restyling in termini di marketing, unito alle sempre più frequenti beatificazioni “strategiche”4.
Eppure, basterebbe semplicemente aprire una delle prime pagine del catechismo, e leggere i dieci comandamenti. Ed applicarli alle persone che vogliono limitare le nostre libertà Non rubare. Non Fornicare. Nond esiderare le cose d’altri. Ricordati di santificare il settimo giorno. E così via.
Chiudo con un ringraziamento a Rusconi per questo articolo. E con l’invito a tutti a prendere sul serio il consiglio dato, quello di riflettere sul nostro essere laici sempre. Per poter dire davvero, e tutti insieme no, non dobbiamo giustificarci di essere laici.

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- Intesi come persone che non si dichiarano solo appartenenti ad una confessione religiosa, ma che la praticano in tutti i suoi aspetti. [↩]
- Dove appunto il regime impone le scelte morali sui propri cittadini. A tal proposito ricordiamo che lo Stato del Vaticano è, di fatto, uno degli ultimi stati interamente totalitari del mondo, in cui il capo ha una natura semi-divina non distante da ciò che avveniva per i faraoni egiziani. Eppure accettiamo qualsiasi scelta venga fatta in questo stato, come ad esempio nel caso degli annullamenti dei matrimoni fatti dai tribunali della sacra rota, senza applicare quel filtro che imporremmo se si trattasse di Iran o di qualche altro stato in condizioni simili [↩]
- Che brutta una religione che punisce i bimbi non battezzati! [↩]
- Stranamente risultano accelerate nei tempi quelle relative ai personaggi “più popolari” e per i quali si può riuscire ad avere un supporto popolare importante. [↩]

